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LIBRO per Paolo ZOCCHI

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on January 20, 2010 at 7:42:51 am
 

IL MIO è QUI: LE COMMUNITY ONLINE PER LA FORMAZIONE NELL'ERA DEL WEB 2.0 

 

DANIELA MARATEA

 

 

 

1. GUIDO VETERE

 

Dai dati alla conoscenza, passando per l’informatica.

 

Guido Vetere

 

1     Introduzione

Un diluvio di dati ci sta sommergendo. Dati più o meno strutturati, prodotti da processori sempre più pervasivi e da utenti sempre più attivi. L’ecosistema digitale produce migliaia di petabyte all'anno, e la situazione peggiora (o migliora, dipende dai punti di vista) di giorno in giorno. Per le macchine di calcolo, i dati sono ancora oggi per lo più una massa amorfa di byte, ma a noi umani queste sequenze di zero e uno interessano solo in quanto informazione e conoscenza. Trasformare il piombo dei dati nell’oro del sapere in seno agli automi stessi, traendone immensi vantaggi, è l'obiettivo di un'alchimia moderna che si coltiva con le tecnologie dell’informazione. La pietra filosofale degli antichi alchimisti donava l'onniscienza; l’informatica di oggi, applicata ai dati, dovrebbe analogamente promuovere i byte al rango del sapere.

Come può avvenire questa magia? Alcuni degli esoterismi informatici che si suppone siano in grado di compierla si chiamano “tecnologie semantiche”, il cui paradigma è dato dal cosiddetto “semantic web”. Grazie a queste tecnologie, le macchine avrebbero accesso al significato dei dati, e potrebbero fare ragionamenti che oggi sono appannaggio esclusivo del genere umano. Certo, messe da parte certe hype iniziali dei soliti venditori di visioni, nessuno può oggi nascondersi la difficoltà di realizzare cose di questo genere. La stessa denominazione, peraltro, può apparire controversa: letteralmente, una “tecnologia semantica” dovrebbe essere l’applicazione per mezzo dei calcolatori di una “scienza del significare” che tuttavia filosofi e linguisti, in millenni di ricerca, non hanno fornito in modo definito e stabile. Basti pensare che molti tra essi hanno sostenuto che della semantica non si dà scienza, ma al più storia (De Mauro, 1999). Se lo sviluppo dell’elettronica poggia sulla fisica dell’elettromagnetismo, e quello dell’informatica sulla logica formale, non è chiaro dunque quali possano essere le fondamenta teoriche di una “tecnologia semantica”.

Tuttavia, la trasformazione informatica dei dati in conoscenza è un’impellente necessità, a cui in qualche modo si deve sopperire. A quella che si può chiamare “ascesa epistemica” del dato sono legate le sorti dell’economia in senso lato, non solo cioè del commercio e dell’industra, ma anche del benessere immateriale, della partecipazione sociale e politica, del buon governo. Solo passando dai byte agli elementi della conoscenza (qualsiasi cosa essi siano) i sistemi informatici possono sollevare l’utente dalla pena di essere l’unico a capire cosa succede in giro per la rete. E l’ascesa epistemica del dato avviene davvero, in molti sistemi effettivamente realizzati, così come avviene davvero che, umanamente, riusciamo a comprenderci pur senza avere un’idea precisa di cosa sia il significato. Si tratta però di un’ascesa che si costruisce caso per caso, sistema per sistema, integrazione per integrazione, tabella per tabella, record per record, con gran fatica, ingenti costi, e spesso risultati insoddisfacenti.

Comprendere come realizzare efficacemente sistemi di rappresentazione e processi di trattamento della conoscenza, considerando di volta in volta requisiti e vincoli, fa la differenza tra successo e fallimento di qualsiasi sistema informativo di qualche complessità. Si confrontano su questo terreno due filoni di ricerca: uno che insiste sull’aumento delle capacità di calcolo, un altro che insiste sulla qualità dei modelli e la loro aderenza alla realtà. Non che calcoli e modelli siano in contrapposizione, naturalmente. Ma di fatto si registrano alcuni atteggiamenti estremi, come quelli di chi, grazie al calcolo, vorrebbe eliminare i modelli, o quelli di chi punta all’espressività dei modelli trascurando i problemi di calcolo.

Ciò che segue è una breve discussione che si propone di delineare il ruolo dei modelli informatici come costruzioni ipotetico-deduttive, le quali svolgono un ruolo fondamentale nel passaggio dei dati alla conoscenza all’interno di processi costruttivi improntati al paradigma delle scienze.

2     Modelli e teorie

In un suo famoso editoriale sulla rivista Wired del 2008, Chris Anderson sostiene che la quantità di dati disponibili, e  la capacità di processarli, segnerà la fine del metodo scientifico basato sulla nozione di teoria: «possiamo analizzare i dati senza alcuna ipotesi su ciò che mostrano» (Anderson, 2008). Anderson si appella anche all’autorità di Peter Norvig, direttore della ricerca di Google, che parafrasando il celebre motto di George Box[1] dice: «tutti i modelli sono sbagliati, e sempre più spesso possiamo farne a meno».  Che si tratti di ingenuità, di provocazioni intelletuali o più banalmente di marketing, queste posizioni ci riportano al tempo del positivismo, quella declinazione dell’idealismo romantico che considerava il progresso scientifico come qualcosa di “necessario e continuo” (Abbagnano e Forniero, 1999) situato al di sopra nella necessità storica di teorizzare. In effetti, i venditori di visioni tecnologiche dipingono spesso grandi affreschi a tinte positivistiche in cui i dati divengono conoscenza in virtù delle magnifiche proprietà di qualche algoritmo, di qualche linguaggio di markup, o della potenza di qualche nuova macchina (o ‘nuvola’) di calcolo.

In realtà, né algoritmi, né linguaggi, né calcoli, per quanto efficienti e sofisticati, possono esonerarci dal dover codificare le nostre conoscenze in forma di teorie riguardanti le cose di cui ci si occupa, che i sistemi e i loro utenti dovranno sottoporre all’esercizio concreto. L’epistemologia novecentesca, con  Popper e Kuhn  (Popper, 1970; Kuhn, 1979), ha chiarito il carattere ipotetico, costruttivo e storico delle nostro sapere, insito nella natura della conoscenza, che è sempre e comunque fatta di rappresentazioni non riducibili al processing delle osservazioni empiriche. Le tecnologie sono ben riconoscibili come costruzioni sociali in cui la decisione dell’uomo è sempre all’opera (Bijker et al, 1987),  e non sembra che il “neopositivismo tecnologico” di oggi possa andare oltre a quelle facili iperboli che infestano il mercato delle idee.

In ogni caso, anche se scevri dall’illusione di avere in tasca qualche silver bullet tecnologico, coloro i quali affrontano la conoscenza col mezzo dell’informatica fanno in genere ricorso a risorse teorico-pratiche, a principi e metodi. L’indagine scientifica, col suo gioco di ipotesi, deduzioni e verifiche, presenta un paradigma che ha molto in comune col difficile lavoro dell’informatico. I modelli di cui si nutre la computer science non appaiono come astratti dettati metafisici, bensì come modeste (ma in genere oneste) teorie descrittive delle entità e delle relazioni con cui gli addetti forniscono alle macchine alcune provvisorie rappresentazioni, per sottoporle alla prova dei fatti. Il successo di un approccio modesto al trattamento automatico della conoscenza non dipende allora dalla garanzia formale di qualche tecnologia[2], ma dall’adeguatezza empirica delle ipotesi, cioè dalle qualità sostanziali delle teorie che siamo in grado di formulare a beneficio delle macchine. Se questo è vero, allora, in informatica, non si può fare a meno di entrare nel merito di queste qualità, di guardare alla sostanza delle soluzioni, problema per problema.

 

Con buona pace dei tecno-positivisti, l’informatica di oggi fa largo uso modelli: schemi, classificazioni, regole. Questi sono spesso tra loro competitivi, e si valutano empiricamente, confrontando e aggiornando paradigmi, come avviene nelle scienze fisiche e naturali. Nella progettazione di sistemi informativi, i modelli sono di solito destinati a catturare enti e relazioni del “dominio di interesse” o dell’ambiente operativo, allo scopo di ricondurre i dati ad enti e processi. Questi modelli non contengono necessariamente impegni ontologici ben riconoscibili; essi si collocano infatti, in prima approssimazione, al livello delle costruzioni logiche. Come i simboli di predicato in una teoria logica, classi e relazioni di cui si compongono sono del tutto privi di significato, fintanto che non sono messi in relazione rispetto a qualcosa al di fuori del linguaggio, vale a dire ad un “mondo”. In informatica, ciò si fa di solito implicitamente, utilizzando il linguaggio naturale come “colla semantica”. Semplicemente, le classi e le relazioni sono identificati con parole il cui significato dovrebbe intuitivamente dare all'utente un'idea dell’interpretazione intesa dal progettista rispetto al dominio di interesse. Tuttavia, nulla in un modello, classi, relazioni o etichette linguistiche, implica che qualcosa esista davvero, o che sia da tutti referenziato mediante gli stessi significanti. Un modello può mettere insieme cose fittizie ed enti della vita quotidiana, o mischiare metadati tecnici e nozioni di business, come accade effettivamente per molte applicazioni anche serie e funzionanti. Viceversa, esso può omettere nozioni fondamentali del dominio applicativo semplicemente perché esse non sono menzionate nelle specifiche del sistema. In effetti, a ben vedere, nulla in un modello concettuale garantisce un impegno nei confronti della realtà. In questa luce, la definizione classica di ontologia in voga oggi nelle scienze dell'informazione, e cioè “specificazione di una concettualizzazione” (Gruber, 1993) sembra un po’ fuorviante.

 

3     Vocabolari e ontologie

 

L’incontro dei modelli informatici con la realtà può avvenire con maggiore o minore mediazione del linguaggio naturale. In generale, i vocabolari (o business glossaries) che sono alla base di molte applicazioni si impegnano rispetto alle entità del mondo reale proprio attraverso la semantica del linguaggio naturale, qualsiasi cosa essa sia. Il loro scopo principale è quello di elencare e organizzare le nozioni caratteristiche del dominio applicativo, e di legarle alle risorse tecniche e informative. Dal momento in cui partono da concetti linguistici, invece che da esigenze applicative, e nella misura in cui il “linguaggio di business” è (avvertito come) seriamente impegnato rispetto alla realtà, i vocabolari sono di solito considerati come portatori di impegni ontologici stringenti. Tuttavia, perfino facendo professione del realismo linguistico più ingenuo, si vede bene che la relazione tra parole ed entità è ben lungi dall'essere semplice: vaghezza e polisemia sono i fenomeni che con più evidenza turbano la trasparenza ontologica del linguaggio. A guardar bene, l'ontologia di un vocabolario risiede nelle conoscenze di sfondo delle comunità che lo utilizza, ed emerge in situazioni e contesti specifici. Nel processo di creazione dei vocabolari per l’informatica, capita spesso che un contesto applicativo specifico divenga l’unico orizzonte semantico, e talune abitudini linguistiche vengano promosse surrettiziamente al rango di ontologia. Si comprende bene come l'obiettivo degli informatici sia quello di raggiungere una buona interazione uomo-macchina nei tempi e nel budget del progetto, non certo quello di fare filosofia o decostruzione linguistica. Ma un approccio disimpegnato, agnostico o ciecamente pragmatico può portare spesso a risultati scadenti in termini di riusabilità e interoperabilità, e dunque, alla lunga, alla diseconomia.

In informatica, le ontologie sono spesso considerate come un modo sofisticato di specificare modelli concettuali o vocabolari di business. Il loro contributo consisterebbe in questo caso nella ricchezza del linguaggio logico con cui si usa scriverle, e questo in effetti spiegherebbe come mai molta ricerca si sia indirizzata in questi anni non tanto all’ontologia in quanto tale ma alla logica descrittiva, cioè ad aspetti formali piuttosto che sostanziali. Ma c’è – o ci dovrebbe essere – un modo più corretto e specifico per guardare alle ontologie; c’è – o ci dovrebbe essere – un cambiamento di paradigma nella loro adozione. L’analisi ontologica (propriamente detta) si concentra infatti su ciò che esiste nel dominio di applicazione, a prescindere dai requisiti tecnici, dalle pratiche linguistiche, da ogni altra cosa. Le ontologie (quelle vere) non sono banalmente modelli concettuali fatti meglio, bensì modelli in cui ci si impegna su una specifica teoria delle entità reali su cui il sistema insiste. Esse mirano a modellare l'essenza di ciò che vi è nel mondo dei sistemi informativi, le proprietà fondamentali degli enti di cui ogni agente nell'ecosistema digitale dovrebbe essere a conoscenza (Smith e Welty, 2001). Questa essenza è ipotizzata come invariabile rispetto agli ambienti applicativi, le esigenze pratiche, le consuetudini linguistiche dei singoli agenti. Ciò che caratterizza un’ontologia non è dunque un formalismo, ma la prospettiva specifica che essa adotta (Guarino, 2009). Un’ontologia intesa da tutti gli agenti in modo coerente è quell’insieme di ipotesi che deve essere posta alla base di qualsiasi semantica per l’interscambio informativo di successo, consentendo la comunicazione e l’interoperabilità. Comprendere la necessità di questo tipo di artefatti non equivale alla capacità di produrli e metterli effettivamente in opera: l’analisi ontologica non è banale, richiede competenze specifiche ed è comunque legata a procedimenti ipotetici. Ma non comprendere bene il ruolo di questa analisi significa spesso, nell’information technology, sbagliare il progetto.

 

4     Conclusione

Che sia socialmente costruita o data in natura, la realtà, per definizione, esiste, ed è, per inciso, l’unica cosa che tutti abbiamo in comune. La comprensione dei dati con cui codifichiamo e scambiamo le nostre conoscenze mediante le tecnologie dell’informazione, in e tra diversi contesti culturali, passa necessariamente attraverso la loro promozione ad elementi conoscitivi della realtà. Questo non avviene grazie ad una magia tecnologica, ma grazie a metodi e risorse che sono frutto di procedimenti teoretici, i quali si estrinsecano in una varietà artefatti che chiamiamo modelli. In qualche modo, diretto o mediato, corretto o sbagliato, questi modelli sono modelli della realtà. Ma si tratta, come ogni teoria, di costruzioni culturali in cui sono all’opera (e alla prova) le decisioni dell’uomo. Battezzare i modelli informatici col nome di ontologie, con quel vezzo verbalistico in cui a volte indugiano gli informatici, non basta per far sì che concetti, relazioni e regole divengano d’incanto un’efficace teoria di quello che esiste. Una disciplina specifica che si occupa della realtà c’è però da molto tempo: si chiama appunto Ontologia (Ferraris, 2008), e forse si dovrebbe iniziare a metterne a frutto alcune individuazioni con maggiore convinzione.  

 

 

Bibliografia

Abbagnano, N. Forniero, G. (1999), Protagonisti e testi della filosofia, Volume III, Paravia

Anderson, C. (2008) The End of Theory: The Data Deluge Makes the Scientific Method Obsolete, Wired, 16.07

Bijker et al. Editori (1987),The Social Construction of Technological Systems: MIT Press

De Mauro, T. (1999) Introduzione alla semantica, Bari, Laterza

Ferraris, M. (2008), Storia dell'ontologia (con altri), Milano, Bompiani.

Gruber, T (1993), A Translation Approach to Portable Ontology Specifications, Elsevier, Academic Press

Guarino, N. (2009), The Ontological Level: Revisiting 30 Years of Knowledge Representation Conceptual Modelling: Foundations and Applications. in: Essays John Mylopoulos, Springer Verlag 2009, pp. 52-67.

Kuhn, T. (1979) La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino.

Popper, K. (1970) Logica della scoperta scientifica, Einaudi, Torino.

Smith, B. e Welty, C. (2001), Ontology: Towards a New Synthesis, negli atti di FOIS’01, ACM Press

 



[1] Essentially, all models are wrong, but some are useful  (Box, George E. P.; Norman R. Draper (1987). Empirical Model-Building and Response Surfaces. Wiley.)

[2] Ciò ovviamente non implica che alcune garanzie formali, ad esempio la decidibilità, non siano spesso necessarie.

 

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2. Nello Iacono

Cittadinanza digitale

      1.   Cittadinanza Digitale

 

2.    Introduzione

Il tema della cittadinanza digitale va trattato sia come metafora del profondo cambiamento culturale necessario per “capire la Rete”, i suoi meccanismi e le modalità di farla penetrare nel quotidiano, sia come luogo dove si riconfigurano i diritti e i doveri primari dell’essere cittadino.

Il discorso su questo tema si incentra così, necessariamente, sui nuovi paradigmi mentali da acquisire, per superare la pigrizia o l’equivoco di affrontare le questioni della società digitale con “vecchi arnesi” non più adeguati. In questo, credo sia fondamentale superare il dualismo digitale-non digitale, riconoscendo la natura ibrida reale-virtuale delle relazioni, delle interazioni, delle transazioni sociali e commerciali e quindi riconoscendo la necessità di un approccio sistemico e circolare in cui la cittadinanza digitale non è altro che l’estensione naturale, il completamento e l’interpretazione globale delle nuove forme di interazione e di vita sociale e politica.

Non si tratta, pertanto, di esplorare le potenzialità della rete e di attivarsi per massimizzare l’utilizzo delle nuove tecnologie, quanto di puntare i riflettori sui diritti di cittadinanza ancora non compiuti, ancora non soddisfacenti, e di interrogare le nuove opportunità della rete per riuscire a realizzarli, coscienti però che ogni nuovo territorio di diritti porta con sé la sua regolamentazione di doveri, di responsabilità ed etica.

In questo, la dimensione digitale della cittadinanza e della nostra “società in rete” consente di sperimentare l’ampiezza dei limiti globali (virtuali-reali) in cui si colloca il nuovo gioco democratico. Siamo ad un possibile rimescolamento delle carte delle percezioni, delle regole, dei limiti, delle interpretazioni. La cittadinanza digitale può essere anche questo. Può essere, per dirla con Paolo Zocchi, la porta per “la democrazia possibile”, verso un approccio in cui “è l’amministrazione che deve andare dal cittadino per facilitare la fruizione di un suo diritto” (Zocchi P., 2003).

3. Dei diritti perduti

 

3.1. Accedere

L’”essere digitali” comporta un rimescolamento profondo dei diritti di cittadinanza, perché da un lato introduce ostacoli e barriere nuove all’accesso di diritti ritenuti ormai acquisiti, dall’altro consente di mettere sul tavolo della discussione sulla cittadinanza altri diritti che semplicemente non erano nella sfera delle possibilità.

Credo che sia utile affrontare in questo modo il tema della cittadinanza digitale, così da poterlo leggere come estensione della cittadinanza “non digitale”, così come il cittadino digitale non è che l’estensione sulla rete del cittadino non digitale e ne condivide l’identità. Non siamo in cerca di una nuova identità, ma di arricchire quella che già abbiamo, e di far sì che questo ci consenta una migliore qualità della vita. Partiamo, allora, dal considerare i diritti acquisiti che rischiamo di perdere o, almeno, di vedere limitati.

Il primo, in ordine di priorità “logica”, è il diritto all’accesso per usufruire dei propri diritti o per espletare i propri doveri. Se io devo interagire con l’Amministrazione pubblica per compilare la mia dichiarazione dei redditi, e mi si richiede di compilare i moduli online, si presuppone che io sia in grado di farlo. Si presuppone che io disponga di un computer, di una buona connessione di rete e sia anche in grado di destreggiarmi bene sui moduli (che abbia anche una buona competenza digitale, oltre che una competenza tale da comprendere come compilare i singoli campi dei moduli). Prima, mi si richiedeva di compilare un modulo cartaceo e di saper spedire i moduli via posta. Ciò che mi si richiede adesso è quindi sia a livello di nuove competenze sia a livello di nuova strumentazione. È come se avessero trasferito tutti gli uffici postali e le nuove locazioni fossero note solo a chi possiede un decifratore di mappe e sapesse leggere con l’inchiostro simpatico. Nuove competenze, nuovi strumenti che diventano necessari per accedere all’espletamento di un proprio dovere. L’alternativa è arrendersi al ricorso ad un mediatore digitale. Affidarsi ad una figura/ente che si fa carico di mettere in relazione il cittadino non competente digitale con l’Amministrazione.

L’evoluzione tecnologica non “accompagnata” da interventi di supporto ai cittadini ha come effetto l’allontanamento di molti di loro dall’interazione diretta con l’Amministrazione e l’inserimento di uno stuolo di mediatori che hanno come principale effetto non l’attenuazione del “disagio digitale”, ma il suo consolidamento.

Tutte le Amministrazioni stanno cercando di realizzare progetti di innovazione tecnologica puntando alla digitalizzazione dell’interazione e quindi all’eliminazione del bisogno di incontro fisico e cartaceo con il cittadino. Ma quale cittadino? Il cittadino a cui pensano è un cittadino che “sa essere digitale” e “può essere digitale”.

In Italia, se seguiamo le ultime statistiche Istat, solo il 54% delle famiglie dispone di almeno un computer e di una connessione ADSL. Quasi la metà dei cittadini italiani ha quindi bisogno di un mediatore per interagire con l’Amministrazione. Viene da pensare ai primi del Novecento e ai mediatori resi necessari dall’analfabetismo. E vengono i brividi. Vengono i brividi perché quella era una realtà in cui la pienezza dei diritti era praticamente impossibile per chi non riusciva a comunicare per iscritto e non riusciva a leggere le regole e le norme.  Oggi gli studenti universitari non possono accedere alle informazioni indispensabili per i propri esami se non attraverso il web, e anche ai liceali si richiede di svolgere alcuni compiti tramite Internet. Effetto dell’evoluzione tecnologica, si dirà. Ma questo vuol dire che il divario digitale (fatto di competenze e strumenti, e quindi legato alla situazione economica, sociale e geografica molto più che alla generazione) divide tra chi può usufruire dei propri diritti “come prima” e chi non può più farlo.

Ecco, il problema dei “vecchi diritti” può essere rappresentato in questo modo: quanto più la società sfrutta le opportunità del digitale (e si “sbarazza” delle vecchie prassi ormai desuete), quanto più diventa urgente la diffusione massima del poter e saper agire digitale. Il rischio, altrimenti, è la marginalizzazione di una parte sempre più consistente della popolazione, costretta ad affidarsi a mediatori o, in mancanza di mezzi sufficienti, a rinunciare ai propri diritti.

Il diritto all’accesso ed all’inclusione digitale diventa, così, il diritto primario e “propedeutico” alla cittadinanza. Poiché se è naturale (e senz’altro positivo) che i servizi (delle amministrazioni, dei privati) si sposteranno sempre più verso la rete in modo esclusivo, senza interventi pubblici é naturale prevedere che la popolazione marginalizzata aumenterà sempre più.

Il futuro della cittadinanza dipende in gran parte dalla capacità di invertire questa tendenza. Il problema, tutto politico, è sul come combattere l’esclusione digitale e, così, decidere se investire per rendere meno costosa al singolo cittadino la mediazione “a basso valore aggiunto” (mediazione da mancata alfabetizzazione) oppure (ed è la strada della vera evoluzione sociale) investire sull’alfabetizzazione digitale, sulla costruzione delle condizioni che consentano l’interazione digitale diretta dei cittadini. Per quanto banale sembri la scelta, a livello nazionale non è stata intrapresa in modo determinato nessuna di queste due strade.

Il nostro Paese è pieno di buoni esempi di amministrazioni che si sono impegnate e si impegnano sul fronte dell’eliminazione del divario digitale, ma senza un progetto di sistema ogni intervento è destinato ad essere una piccola/grande oasi nel deserto. Si tratta, invece, di intervenire in modo integrato sulla banda larga, sulla creazione di punti di accesso pubblici assistiti, sull’uso quotidiano delle nuove tecnologie nelle scuole, di realizzare una grande campagna di informazione e di formazione per lo sviluppo delle competenze digitali necessarie ad esercitare i diritti di cittadinanza.

Intervenire in modo integrato e sistemico, perché stiamo parlando di coniugare lo sviluppo dell’innovazione tecnologica nelle Amministrazioni con gli investimenti nella Scuola e nelle Università, di considerare interventi di assistenza sociale i progetti di alfabetizzazione digitale, di correlare l’evoluzione delle norme con l’evoluzione ICT.

Alla politica non si richiede però attenzione e buona volontà, ma di cambiare profondamente paradigma mentale. Fino a considerare il diritto alla connessione allo stesso modo con cui si considerava (prima) il diritto a poter accedere ad un posto telefonico pubblico. E, così, considerare il wi-fi nei servizi pubblici come possibilità naturale, non come privilegio, e la sua gratuità per l’accesso ai servizi dell’Amministrazione allo stesso modo con cui non ci sogneremmo mai di pagare per entrare in un ufficio pubblico.

L’esperienza di Venezia, in cui il Comune ha avviato un complesso e organico progetto di cittadinanza digitale[1] ed ha intrapreso la scommessa dell’accesso wi-fi gratuito, è un’indicazione chiara dell’obiettivo che possiamo proporci di raggiungere a livello nazionale. Il dibattito è tutto da intavolare sul fronte del “come” e non del “se”.

3.2. Identità e indirizzo

Un altro tema, conseguente all’accesso, ma tutto interno alla definizione della nuova cittadinanza, è quello relativo all’identità e all’indirizzo.

Anche qui, sembra banale. Se i servizi sono portati sulla rete, ed io posso e devo accedere in rete, vorrà dire che esisterà sulla rete un protocollo di comunicazione simile a quello esistente nella “vita non digitale”.

Nella “vita non digitale”, l’Amministrazione pretende che io abbia un unico indirizzo di residenza e mi assegna un identificativo univoco (il codice fiscale), oltre a riferirsi alle informazioni presenti in Anagrafe. Questo consente di comunicare via posta, con vantaggio reciproco, e di rendermi riconoscibile a tutti gli enti e le amministrazioni.

Similmente, non c’è ragione perché non sia così, dovrebbe avvenire per la “vita digitale”: è vantaggio reciproco (e sociale) che io abbia un unico identificativo (una unica identità digitale) e un unico indirizzo “ufficiale” (una casella di posta elettronica, possibilmente certificata). Ed è altrettanto naturale che la scelta più semplice sia che l’attribuzione avvenga a cura dell’Amministrazione, così da garantire scelte omogenee ed attribuzioni esaustive. Nella “vita non digitale” questi sono diritti che nessuno si sognerebbe mai di mettere in discussione.

Oggi, lo sappiamo, non è così. Ogni amministrazione gestisce un sistema di identificazione autonomo, e si attende che l’indirizzo sia inserito a nostra cura. La modalità di identificazione è poi varia e multiforme, e noi cittadini “digitali” ci troviamo sommersi da pin e username tutti diversi, ciascuna con propria anagrafica, in pieno regime di incomunicabilità. Aumenta la difficoltà di essere digitali, si innalzano le barriere digitali, aumenta la necessità di ricorrere ai mediatori.

 

4 Nuovi diritti all’orizzonte

4.1. Il controllo delle informazioni

Giddens, negli anni scorsi (Giddens A., 2000), ha parlato di “democratizzazione della democrazia”[2], nel senso di “approfondimento della democrazia”, pensando all’effetto necessario dell’evoluzione digitale sul potere di controllo delle informazioni.

Sappiamo che una delle potenzialità maggiori della rete riguarda proprio l’annullamento del potere di controllo sulle informazioni. Non solo ciascuno può essere fonte informativa e con strumenti molto poco costosi (basta un telefono per mandare via web il filmato proibito delle manifestazioni di piazza in Iran o in Cina), ma ciascuno di noi può anche informarsi su tutto scegliendo tra più fonti. Nulla di tutto questo può essere posto sotto controllo, perché la circolazione delle informazioni “è” Internet. D’altra parte, nessun principio democratico può negare che questo rientri nei diritti di cittadinanza. La possibilità di accedere in modo semplice all’informazione fa sì che il problema si sposti, per l’Amministrazione, dal “cosa rendere disponibile” al “perché non rendere disponibile”, in quanto non ci sono ragioni per negare l’accesso all’informazione se non per casi di sicurezza e riservatezza. L’informazione diventa un diritto ancora più forte e si porta dietro anche il diritto ad informare, a porre quesiti, ad essere ascoltato.

L’interazione conseguente all’evoluzione digitale è proporzionale alle opportunità della rete.

4.2. I nuovi confini della democrazia rappresentativa

La possibilità di interagire in rete a basso costo con grandi quantità di persone (eliminando le barriere logistiche e temporali) ha come conseguenza anche il superamento della necessità di porre un limite “ragionevole” per la partecipazione alla discussione e alle scelte della comunità locale e nazionale. La democrazia rappresentativa diventa una scelta e non più una necessità “fisica”, per cui la sua riconfigurazione nel contesto della società in rete può permettersi di combinare ed inglobare in modo del tutto nuovo elementi della democrazia diretta. E se può permetterselo, perché gli strumenti lo consentono, anche qui il problema si ribalta: deve esserci una buona ragione (politica) per porre dei limiti e delle regolamentazioni[3]. La e-partecipation, la e-democracy, non sono che delle etichette poste alla riconfigurazione della democrazia in un mondo che ha esteso in modo indefinito la gestione del luogo e del tempo. Il problema non è facile da affrontare, ci sono esperienze molto avanzate nei Paesi del nord-Europa, mentre in Italia siamo pressoché al palo. Le forze politiche nazionali probabilmente pensano che questo sia un terreno minato (e probabilmente l’ignoranza diffusa sulle nuove tecnologie accentua il timore). Sta di fatto che nulla di concreto si sta muovendo e si sta progettando. Qualche esperimento, qui e là, per dare la percezione di una certa sensibilità all’argomento.

Eppure, la rete è un pullulare di dibattiti, di gruppi, di iniziative che diventano reali manifestazioni (reali, nei corpi dei manifestanti), è un luogo dove si tocca con mano (virtuale) l’energia della partecipazione, dove si ha la percezione che il momento dei cambiamenti è arrivato. Può arrivare. È qui che la cittadinanza digitale si coniuga in modo indissolubile con la cittadinanza attiva.

Nell’attuale cronaca politica si parla di riforme, ma nessuna di quelle di cui si parla ha a che fare con le nuove forme di partecipazione democratica, che oggi sono possibili e necessarie. Non è facile progettarle, ma insieme alle competenze che mancano a troppi esponenti politici, gioca a sfavore l’idea che sia meglio intraprendere la strada della mediazione (vedi capitolo precedente) o provare a far sì che la rete sia uno strumento di omologazione invece che di partecipazione. In questo senso, affermare il diritto alla partecipazione significa impegnarsi per dare un futuro democratico alla rete, per far sì che la rete sia davvero un’opportunità per “democratizzare la democrazia”.

4.3. Contenuti digitali pubblici

Infine, credo sia importante evidenziare (anche se si tratta di un argomento ormai consolidato) il tema della fruibilità dei contenuti digitali e dei formati “aperti” per quanto riguarda i contenuti di “fonte pubblica”.

E lo si può affrontare da due punti di vista:

  • dal punto di vista della neutralità tecnologica, in quanto nessuna norma può richiedere al cittadino di munirsi di un certo dispositivo (software, hardware) per l’utilizzo di un contenuto pubblico. È come se, altrimenti, l’accesso agli archivi fosse consentito solo ai possessori di una certa marca di occhiali o se le fotocopie di documenti pubblici fossero rese leggibili solo ai possessori di lavagne luminose di una certa ditta. Nulla di più illogico;
  • dal punto di vista della proprietà, in quanto ciò che è pubblico deve essere reso fruibile nei limiti stabiliti dalla legge. E quale legge può impedire o impedisce la piena utilizzabilità di un contenuto pubblico anche se digitale?

Come negli altri casi, la presenza di una possibilità ribalta la logica: sta all’Amministrazione motivare il perché un certo contenuto può avere una limitazione di utilizzo (ed il suo formato è una limitazione) e perché applicare una regola di diritto di proprietà che rende oneroso l’utilizzo e non invece una regola che segue la logica del “copyleft”, dei Creative Commons.

5. Un approccio possibile: l’Ecologia digitale

C’è un filo rosso che lega il problema del divario digitale e della proprietà dei contenuti in rete, il tema dell’accesso e della competenza digitale necessario, e che attiene alla maturità sociale e ai rischi di una evoluzione digitale che amplifica le fratture sociali e le divaricazioni. L’ampiezza di intervento richiede un approccio ampio, solistico, multidisciplinare. Questo può essere rappresentato dall’ecologia digitale, che qui accenno soltanto[4], e che è pertanto parte fondamentale del percorso per la realizzazione di una piena Cittadinanza Digitale.

Anche se generalmente poco frequentato, questo approccio ha già diversi anni. Già nel 2001 Boyle ampliava, infatti, il concetto originario di ecologia digitale dovuto a Newstrom[5]  paragonando la politica della proprietà e del copyright alla politica ambientale.

A partire dalla protezione della proprietà intellettuale, infatti, secondo Boyle (Boyle, 2001), i gruppi privati hanno una naturale tendenza all’eccesso di protezione, fino alla chiusura effettiva degli accessi all’ambiente digitale. L’azione politica deve essere quindi rivolta alla difesa del “pubblico dominio”. In questo senso Boyle interpreta il termine come rivolto alla dinamica di forza tra chi vuole appropriarsene, creando monopoli e controllandone lo sfruttamento e l’accesso, e chi non ha mezzi, la società nel suo complesso. L’accento è quindi prima di tutto sulla proprietà e sull’accesso all’ambiente digitale.

Diventa così necessario applicare un approccio basato sull’ecologia digitale per la ricerca dell’equilibrio tra persone ed ecosistema informativo e nell’ecosistema informativo stesso, restituendo centralità alla persona ed alle sue esigenze e negando la centralità della tecnologia in quanto fine. Da qui si può procedere per raggiungere la necessaria maturità sociale nell’utilizzo delle tecnologie e della rete, maturità che si basa sul superamento, insieme, del divario digitale, degli ostacoli all’accesso e del sovraffollamento informativo.

La maturità necessaria sull’uso della tecnologia, che deve raggiungere la società digitale (ma anche tutte le organizzazioni), non è in fondo altro che la ricerca dell’equilibrio ambientale che dobbiamo costruire intorno alle categorie tipiche  dell’esistenza umana e sociale: il tempo, il luogo, lo spazio[6].

L’approccio olistico, multidisciplinare, dell’ecologia digitale permette, in questo ambito, di affrontare simultaneamente i problemi della società digitale che sono comuni ai macro e ai micro ambienti, e rivelano i loro effetti sia sul piano della cittadinanza sia su quello del lavoro sia su quello privato.

6. Il confine tra non digitale e digitale, reale e virtuale

Il punto chiave, comunque, è il superamento del dualismo digitale-non digitale. La cittadinanza digitale, è bene ribadire, non è una forma “diversa” di cittadinanza, ma l’estensione della cittadinanza che abbiamo fin qui conosciuto.

Così, non c’è nessun confine da riconoscere tra digitale e non digitale, se non perché il non digitale limita l’esercizio di alcuni diritti (partecipazione, informazione, interazione) che grazie al digitale possono essere pienamente esercitati. La chiave di volta è il ribaltamento dell’ottica con cui si guarda al nostro essere nella società, non con un prima e un dopo, un qui ed un oltre, ma con dei “come” legati agli strumenti disponibili. Muoversi dalla rete alla “realtà”, e viceversa, implica un passaggio quotidiano che non obbliga a “cambi di stato” e consente la simultaneità. L’interazione che avviene tra più persone in un luogo fisico non nega la possibilità dell’interazione virtuale e anzi se ne nutre, perché la simultaneità reale-virtuale è un arricchimento (il successo di Twitter ne è una dimostrazione). E non c’è ragione perché venga limitato.

Da questo punto di vista, le nostre esperienze sono ancora molto embrionali, e dal punto di vista dell’applicazione sociale e politica praticamente primordiali.

Rispetto alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie, i nostri processi di partecipazione e di decisione sono del tutto insufficienti. E questa insufficienza ci nega dei diritti, impedisce alla società di sperimentare nuove forme di comunicazione e di costruzione, di crescere, di evolvere.

È, questa, l’immagine di una frattura, di una divaricazione tra possibile e reale, tra aspettative di una fascia sempre più folta di “popolazione digitale” (in gran parte formata da nativi digitali, in gran parte giovani marginalizzati dal mercato del lavoro) e capacità di reazione e comprensione della società strutturata e regolamentata.

7. Se non si sviluppano le competenze digitali

L’affermazione dei diritti (e dei doveri) della cittadinanza digitale comporta l’acquisizione delle competenze digitali necessarie da parte dei cittadini.

Qui credo sia opportuno una breve riflessione. Spesso si confondono le competenze digitali con l’alfabetizzazione informatica. Non è la stessa cosa, l’alfabetizzazione consente di acquisire una competenza digitale di base, ma non è sufficiente. Le competenze digitali sono quelle che consentono di muoversi nella rete con la stessa cognizioni con cui ci si muove nei luoghi “non digitali”. Per questo abbiamo finora parlato di necessità di “alfabetizzazione digitale”.

Ormai la definizione unanimemente adottata è quella proposta dall’Unione Europea (Unione Europea, 2006):

la competenza digitale consiste nel saper utilizzare con dimestichezza e spirito critico le tecnologie della società dell’informazione (TSI) per il lavoro, il tempo libero e la comunicazione. Essa è supportata da abilità di base nelle TIC: l’uso del computer per reperire, valutare, conservare, produrre, presentare e scambiare informazioni nonché per comunicare e partecipare a reti collaborative tramite Internet

Questa definizione, declinata secondo la forma suggerita da Le Boterf (Le Boterf, 2009), e quindi in termini di “saper agire” in un determinato contesto secondo una determinata modalità, può essere così articolata (Fini A., 2009): è la capacità di

§  saper esplorare ed affrontare in modo flessibile situazioni tecnologiche nuove;

§  saper analizzare, selezionare e valutare criticamente dati e informazioni;

§  sapersi avvalere del potenziale delle tecnologie per la rappresentazione e soluzione di problemi e per la costruzione condivisa e collaborativa della conoscenza;

mantenendo la consapevolezza della responsabilità personali, del confine tra sé e gli altri e del rispetto dei diritti/doveri reciproci.

In questo senso, la competenza digitale attraversa tre dimensioni (tecnologica, cognitiva ed etica) ed è legata chiaramente alle capacità di base dell’essere individuale, “tout-court” (mantenere capacità critica rispetto alle informazioni e alle opinioni, saper affrontare le situazioni problematiche), del divenire (essere capaci di accogliere i cambiamenti derivanti dall’innovazione tecnologica) e dell’essere sociale (essere parte di una comunità ed interagire). Non è la stessa cosa che imparare ad usare un computer. Delegare l’interazione digitale ad un mediatore è allora come affidarsi ad un assistente sociale perché incapaci di interagire con la comunità, perché incapaci di vivere in modo autonomo.

Se questo oggi sta avvenendo per circa metà della popolazione italiana, la domanda è: possiamo permetterci l’incompetenza digitale di una così grande parte della popolazione? E non è necessario, invece, lanciare una grande campagna di alfabetizzazione/formazione digitale?

E non è forse il caso di investire nella Scuola, perché sia veicolo primario di questa competenza digitale? Oggi la preoccupazione maggiore dell’Amministrazione è di aumentare il numero degli strumenti tecnologici e dei computer distribuiti. Ma, a differenza delle scuole del Nord-Europa dove sono previste risorse dedicate allo sviluppo della conoscenza condivisa tra i docenti, in modo da meglio porre le basi per uno sviluppo diffuso della competenza digitale, in Italia si continua a percorrere la strada dei progetti isolati, del volontariato, dei risultati di apparenza.

Intanto, il tempo passa e il cambiamento ci sfugge.

 

8. Conclusione

Quando si affrontano temi come questi, da un lato si corre il rischio di rilanciare argomenti triti e ritriti, dall’altro di dare per scontate conclusioni e argomentazioni che forse lo sono soltanto per una nicchia (fortunata?).

Il cammino che con Paolo Zocchi ci ha portato attraverso sei edizioni del Libro Bianco sull’Innovazione e un libro (Zocchi P., Iacono G., 2005) ci ha condotti anche ad una situazione di saturazione: abbiamo detto ciò che si poteva dire e abbiamo proposto ciò che si poteva proporre. Rimane il fare. Paolo ha iniziato con la sua esperienza di governo (troppo breve) e con la sua proposta per innovare Roma, ponendo al centro la qualità della vita, i diritti dei cittadini. Con le nuove tecnologie, sempre più pervasive, al servizio della popolazione.

Se ci ritroviamo qui, a riannodare tutti i fili dei discorsi fatti, a rimettere sul tavolo i temi che secondo noi devono trovare soluzione e realizzazione, è grazie alla passione con cui abbiamo percorso insieme questi anni.

Perché non possiamo arrenderci.

7. Bibliografia essenziale

 

1.    Castells M., Galassia Internet, Feltrinelli, 2002.

2.    Boyle J., intervento alla conferenza Code, Cambridge, UK, 2001.

3.    Fini A., La competenza digitale dei Digital Natives, LTE – Università di Firenze Bari, 27 marzo 2009

4.    Giddens A., Il mondo che cambia, Il Mulino, 2000.

5.    Fiorini L. a cura di, Cittadinanzadigitale, edizioni Junior, 2009.

6.    Iacono G, Verso l’ecologia digitale delle organizzazioni, Angeli, 2003.

7.    Istat, Le tecnologie dell'informazione e della comunicazione: disponibilità nelle famiglie e utilizzo degli individui, Rapporto ISTAT,  febbraio 2009.

8.    Le Boterf G., Costruire le competenze individuali e collettive, Guida, 2009.

9.    Unione Europea, Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio relativa a competenze chiave per l’apprendimento permanente, (2006/962/CE), 18 dicembre 2006. URL:

http://eurlex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2006:394:0010:0018:IT:PDF

10.  Zocchi P., Internet, la democrazia possibile, Guerini e Associati, 2003.

11.  Zocchi P., Iacono G., L’Innovazione Tradita, Editori Riuniti, 2005.

 



[2] Secondo Giddens, la “democratizzazione della democrazia” è necessaria “perché i vecchi meccanismi di governo non funzionano in una società dove i cittadini dispongono delle stesse informazioni di coloro che sono al potere”(Giddens A., op.cit.)

[3] Rimane attuale quanto affermava Castells qualche anno fa: “In realtà, la libertà non è mai un dato di fatto. È una lotta costante; è la capacità di ridefinire l’autonomia e applicare la democrazia in ogni contesto sociale e tecnologico. Internet offre un potenziale straordinario per esprimere i diritti dei cittadini e comunicare i valori umani” (Castells M., 2002).

[4] Qui utilizzo la seguente definizione di ecologia digitale (Iacono G., 2003):

“L’ecologia digitale

§  tratta della comprensione degli ecosistemi informativi;

§  ha lo scopo di comprendere la produzione, la distribuzione, la conservazione, l’accessibilità, la proprietà, la selezione e l’uso dell’informazione negli ambienti determinati dalla tecnologia;

§  punta a preservare e incrementare la diversità e la vita culturale nell’ecosistema informativo;

§  punta all’educazione all’uso umano della tecnologia e alla valorizzazione della persona e degli approcci “high-touch” nel loro rapporto con l’ecosistema informativo”.

[5] Newstrom, vicepresidente dell’EDS, al convegno internazionale sull’ICT di Chicago, 2000: “La mia tesi è questa: io credo che la nostra Ecologia Digitale sia fuori controllo… sembra che abbiamo perduto il nostro senso di equilibrio! La popolazione mondiale si sta polarizzando ai due estremi:  o diluvio o siccità… festa o carestia… vasti oceani o enormi deserti… di informazione! Nel mondo miliardi di persone sono affamate per l’informazione… mentre un piccolo numero di persone sembra soffrirne per gli eccessi”.

 

[6] Dove, nell’evoluzione digitale, lo spazio e il luogo diventano liquidi e il tempo rimane “drammaticamente solido”, poiché “abbiamo lo stesso tempo di quando la realtà appariva solida” (Fiorini L., 2009).

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