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LIBRO per Paolo ZOCCHI

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on January 22, 2010 at 3:52:57 pm
 

IL MIO è QUI: LE COMMUNITY ONLINE PER LA FORMAZIONE NELL'ERA DEL WEB 2.0 

 

DANIELA MARATEA

 

 

 

1. GUIDO VETERE

 

Dai dati alla conoscenza, passando per l’informatica.

 

Guido Vetere

 

1     Introduzione

Un diluvio di dati ci sta sommergendo. Dati più o meno strutturati, prodotti da processori sempre più pervasivi e da utenti sempre più attivi. L’ecosistema digitale produce migliaia di petabyte all'anno, e la situazione peggiora (o migliora, dipende dai punti di vista) di giorno in giorno. Per le macchine di calcolo, i dati sono ancora oggi per lo più una massa amorfa di byte, ma a noi umani queste sequenze di zero e uno interessano solo in quanto informazione e conoscenza. Trasformare il piombo dei dati nell’oro del sapere in seno agli automi stessi, traendone immensi vantaggi, è l'obiettivo di un'alchimia moderna che si coltiva con le tecnologie dell’informazione. La pietra filosofale degli antichi alchimisti donava l'onniscienza; l’informatica di oggi, applicata ai dati, dovrebbe analogamente promuovere i byte al rango del sapere.

Come può avvenire questa magia? Alcuni degli esoterismi informatici che si suppone siano in grado di compierla si chiamano “tecnologie semantiche”, il cui paradigma è dato dal cosiddetto “semantic web”. Grazie a queste tecnologie, le macchine avrebbero accesso al significato dei dati, e potrebbero fare ragionamenti che oggi sono appannaggio esclusivo del genere umano. Certo, messe da parte certe hype iniziali dei soliti venditori di visioni, nessuno può oggi nascondersi la difficoltà di realizzare cose di questo genere. La stessa denominazione, peraltro, può apparire controversa: letteralmente, una “tecnologia semantica” dovrebbe essere l’applicazione per mezzo dei calcolatori di una “scienza del significare” che tuttavia filosofi e linguisti, in millenni di ricerca, non hanno fornito in modo definito e stabile. Basti pensare che molti tra essi hanno sostenuto che della semantica non si dà scienza, ma al più storia (De Mauro, 1999). Se lo sviluppo dell’elettronica poggia sulla fisica dell’elettromagnetismo, e quello dell’informatica sulla logica formale, non è chiaro dunque quali possano essere le fondamenta teoriche di una “tecnologia semantica”.

Tuttavia, la trasformazione informatica dei dati in conoscenza è un’impellente necessità, a cui in qualche modo si deve sopperire. A quella che si può chiamare “ascesa epistemica” del dato sono legate le sorti dell’economia in senso lato, non solo cioè del commercio e dell’industra, ma anche del benessere immateriale, della partecipazione sociale e politica, del buon governo. Solo passando dai byte agli elementi della conoscenza (qualsiasi cosa essi siano) i sistemi informatici possono sollevare l’utente dalla pena di essere l’unico a capire cosa succede in giro per la rete. E l’ascesa epistemica del dato avviene davvero, in molti sistemi effettivamente realizzati, così come avviene davvero che, umanamente, riusciamo a comprenderci pur senza avere un’idea precisa di cosa sia il significato. Si tratta però di un’ascesa che si costruisce caso per caso, sistema per sistema, integrazione per integrazione, tabella per tabella, record per record, con gran fatica, ingenti costi, e spesso risultati insoddisfacenti.

Comprendere come realizzare efficacemente sistemi di rappresentazione e processi di trattamento della conoscenza, considerando di volta in volta requisiti e vincoli, fa la differenza tra successo e fallimento di qualsiasi sistema informativo di qualche complessità. Si confrontano su questo terreno due filoni di ricerca: uno che insiste sull’aumento delle capacità di calcolo, un altro che insiste sulla qualità dei modelli e la loro aderenza alla realtà. Non che calcoli e modelli siano in contrapposizione, naturalmente. Ma di fatto si registrano alcuni atteggiamenti estremi, come quelli di chi, grazie al calcolo, vorrebbe eliminare i modelli, o quelli di chi punta all’espressività dei modelli trascurando i problemi di calcolo.

Ciò che segue è una breve discussione che si propone di delineare il ruolo dei modelli informatici come costruzioni ipotetico-deduttive, le quali svolgono un ruolo fondamentale nel passaggio dei dati alla conoscenza all’interno di processi costruttivi improntati al paradigma delle scienze.

2     Modelli e teorie

In un suo famoso editoriale sulla rivista Wired del 2008, Chris Anderson sostiene che la quantità di dati disponibili, e  la capacità di processarli, segnerà la fine del metodo scientifico basato sulla nozione di teoria: «possiamo analizzare i dati senza alcuna ipotesi su ciò che mostrano» (Anderson, 2008). Anderson si appella anche all’autorità di Peter Norvig, direttore della ricerca di Google, che parafrasando il celebre motto di George Box[1] dice: «tutti i modelli sono sbagliati, e sempre più spesso possiamo farne a meno».  Che si tratti di ingenuità, di provocazioni intelletuali o più banalmente di marketing, queste posizioni ci riportano al tempo del positivismo, quella declinazione dell’idealismo romantico che considerava il progresso scientifico come qualcosa di “necessario e continuo” (Abbagnano e Forniero, 1999) situato al di sopra nella necessità storica di teorizzare. In effetti, i venditori di visioni tecnologiche dipingono spesso grandi affreschi a tinte positivistiche in cui i dati divengono conoscenza in virtù delle magnifiche proprietà di qualche algoritmo, di qualche linguaggio di markup, o della potenza di qualche nuova macchina (o ‘nuvola’) di calcolo.

In realtà, né algoritmi, né linguaggi, né calcoli, per quanto efficienti e sofisticati, possono esonerarci dal dover codificare le nostre conoscenze in forma di teorie riguardanti le cose di cui ci si occupa, che i sistemi e i loro utenti dovranno sottoporre all’esercizio concreto. L’epistemologia novecentesca, con  Popper e Kuhn  (Popper, 1970; Kuhn, 1979), ha chiarito il carattere ipotetico, costruttivo e storico delle nostro sapere, insito nella natura della conoscenza, che è sempre e comunque fatta di rappresentazioni non riducibili al processing delle osservazioni empiriche. Le tecnologie sono ben riconoscibili come costruzioni sociali in cui la decisione dell’uomo è sempre all’opera (Bijker et al, 1987),  e non sembra che il “neopositivismo tecnologico” di oggi possa andare oltre a quelle facili iperboli che infestano il mercato delle idee.

In ogni caso, anche se scevri dall’illusione di avere in tasca qualche silver bullet tecnologico, coloro i quali affrontano la conoscenza col mezzo dell’informatica fanno in genere ricorso a risorse teorico-pratiche, a principi e metodi. L’indagine scientifica, col suo gioco di ipotesi, deduzioni e verifiche, presenta un paradigma che ha molto in comune col difficile lavoro dell’informatico. I modelli di cui si nutre la computer science non appaiono come astratti dettati metafisici, bensì come modeste (ma in genere oneste) teorie descrittive delle entità e delle relazioni con cui gli addetti forniscono alle macchine alcune provvisorie rappresentazioni, per sottoporle alla prova dei fatti. Il successo di un approccio modesto al trattamento automatico della conoscenza non dipende allora dalla garanzia formale di qualche tecnologia[2], ma dall’adeguatezza empirica delle ipotesi, cioè dalle qualità sostanziali delle teorie che siamo in grado di formulare a beneficio delle macchine. Se questo è vero, allora, in informatica, non si può fare a meno di entrare nel merito di queste qualità, di guardare alla sostanza delle soluzioni, problema per problema.

 

Con buona pace dei tecno-positivisti, l’informatica di oggi fa largo uso modelli: schemi, classificazioni, regole. Questi sono spesso tra loro competitivi, e si valutano empiricamente, confrontando e aggiornando paradigmi, come avviene nelle scienze fisiche e naturali. Nella progettazione di sistemi informativi, i modelli sono di solito destinati a catturare enti e relazioni del “dominio di interesse” o dell’ambiente operativo, allo scopo di ricondurre i dati ad enti e processi. Questi modelli non contengono necessariamente impegni ontologici ben riconoscibili; essi si collocano infatti, in prima approssimazione, al livello delle costruzioni logiche. Come i simboli di predicato in una teoria logica, classi e relazioni di cui si compongono sono del tutto privi di significato, fintanto che non sono messi in relazione rispetto a qualcosa al di fuori del linguaggio, vale a dire ad un “mondo”. In informatica, ciò si fa di solito implicitamente, utilizzando il linguaggio naturale come “colla semantica”. Semplicemente, le classi e le relazioni sono identificati con parole il cui significato dovrebbe intuitivamente dare all'utente un'idea dell’interpretazione intesa dal progettista rispetto al dominio di interesse. Tuttavia, nulla in un modello, classi, relazioni o etichette linguistiche, implica che qualcosa esista davvero, o che sia da tutti referenziato mediante gli stessi significanti. Un modello può mettere insieme cose fittizie ed enti della vita quotidiana, o mischiare metadati tecnici e nozioni di business, come accade effettivamente per molte applicazioni anche serie e funzionanti. Viceversa, esso può omettere nozioni fondamentali del dominio applicativo semplicemente perché esse non sono menzionate nelle specifiche del sistema. In effetti, a ben vedere, nulla in un modello concettuale garantisce un impegno nei confronti della realtà. In questa luce, la definizione classica di ontologia in voga oggi nelle scienze dell'informazione, e cioè “specificazione di una concettualizzazione” (Gruber, 1993) sembra un po’ fuorviante.

 

3     Vocabolari e ontologie

 

L’incontro dei modelli informatici con la realtà può avvenire con maggiore o minore mediazione del linguaggio naturale. In generale, i vocabolari (o business glossaries) che sono alla base di molte applicazioni si impegnano rispetto alle entità del mondo reale proprio attraverso la semantica del linguaggio naturale, qualsiasi cosa essa sia. Il loro scopo principale è quello di elencare e organizzare le nozioni caratteristiche del dominio applicativo, e di legarle alle risorse tecniche e informative. Dal momento in cui partono da concetti linguistici, invece che da esigenze applicative, e nella misura in cui il “linguaggio di business” è (avvertito come) seriamente impegnato rispetto alla realtà, i vocabolari sono di solito considerati come portatori di impegni ontologici stringenti. Tuttavia, perfino facendo professione del realismo linguistico più ingenuo, si vede bene che la relazione tra parole ed entità è ben lungi dall'essere semplice: vaghezza e polisemia sono i fenomeni che con più evidenza turbano la trasparenza ontologica del linguaggio. A guardar bene, l'ontologia di un vocabolario risiede nelle conoscenze di sfondo delle comunità che lo utilizza, ed emerge in situazioni e contesti specifici. Nel processo di creazione dei vocabolari per l’informatica, capita spesso che un contesto applicativo specifico divenga l’unico orizzonte semantico, e talune abitudini linguistiche vengano promosse surrettiziamente al rango di ontologia. Si comprende bene come l'obiettivo degli informatici sia quello di raggiungere una buona interazione uomo-macchina nei tempi e nel budget del progetto, non certo quello di fare filosofia o decostruzione linguistica. Ma un approccio disimpegnato, agnostico o ciecamente pragmatico può portare spesso a risultati scadenti in termini di riusabilità e interoperabilità, e dunque, alla lunga, alla diseconomia.

In informatica, le ontologie sono spesso considerate come un modo sofisticato di specificare modelli concettuali o vocabolari di business. Il loro contributo consisterebbe in questo caso nella ricchezza del linguaggio logico con cui si usa scriverle, e questo in effetti spiegherebbe come mai molta ricerca si sia indirizzata in questi anni non tanto all’ontologia in quanto tale ma alla logica descrittiva, cioè ad aspetti formali piuttosto che sostanziali. Ma c’è – o ci dovrebbe essere – un modo più corretto e specifico per guardare alle ontologie; c’è – o ci dovrebbe essere – un cambiamento di paradigma nella loro adozione. L’analisi ontologica (propriamente detta) si concentra infatti su ciò che esiste nel dominio di applicazione, a prescindere dai requisiti tecnici, dalle pratiche linguistiche, da ogni altra cosa. Le ontologie (quelle vere) non sono banalmente modelli concettuali fatti meglio, bensì modelli in cui ci si impegna su una specifica teoria delle entità reali su cui il sistema insiste. Esse mirano a modellare l'essenza di ciò che vi è nel mondo dei sistemi informativi, le proprietà fondamentali degli enti di cui ogni agente nell'ecosistema digitale dovrebbe essere a conoscenza (Smith e Welty, 2001). Questa essenza è ipotizzata come invariabile rispetto agli ambienti applicativi, le esigenze pratiche, le consuetudini linguistiche dei singoli agenti. Ciò che caratterizza un’ontologia non è dunque un formalismo, ma la prospettiva specifica che essa adotta (Guarino, 2009). Un’ontologia intesa da tutti gli agenti in modo coerente è quell’insieme di ipotesi che deve essere posta alla base di qualsiasi semantica per l’interscambio informativo di successo, consentendo la comunicazione e l’interoperabilità. Comprendere la necessità di questo tipo di artefatti non equivale alla capacità di produrli e metterli effettivamente in opera: l’analisi ontologica non è banale, richiede competenze specifiche ed è comunque legata a procedimenti ipotetici. Ma non comprendere bene il ruolo di questa analisi significa spesso, nell’information technology, sbagliare il progetto.

 

4     Conclusione

Che sia socialmente costruita o data in natura, la realtà, per definizione, esiste, ed è, per inciso, l’unica cosa che tutti abbiamo in comune. La comprensione dei dati con cui codifichiamo e scambiamo le nostre conoscenze mediante le tecnologie dell’informazione, in e tra diversi contesti culturali, passa necessariamente attraverso la loro promozione ad elementi conoscitivi della realtà. Questo non avviene grazie ad una magia tecnologica, ma grazie a metodi e risorse che sono frutto di procedimenti teoretici, i quali si estrinsecano in una varietà artefatti che chiamiamo modelli. In qualche modo, diretto o mediato, corretto o sbagliato, questi modelli sono modelli della realtà. Ma si tratta, come ogni teoria, di costruzioni culturali in cui sono all’opera (e alla prova) le decisioni dell’uomo. Battezzare i modelli informatici col nome di ontologie, con quel vezzo verbalistico in cui a volte indugiano gli informatici, non basta per far sì che concetti, relazioni e regole divengano d’incanto un’efficace teoria di quello che esiste. Una disciplina specifica che si occupa della realtà c’è però da molto tempo: si chiama appunto Ontologia (Ferraris, 2008), e forse si dovrebbe iniziare a metterne a frutto alcune individuazioni con maggiore convinzione.  

 

 

Bibliografia

Abbagnano, N. Forniero, G. (1999), Protagonisti e testi della filosofia, Volume III, Paravia

Anderson, C. (2008) The End of Theory: The Data Deluge Makes the Scientific Method Obsolete, Wired, 16.07

Bijker et al. Editori (1987),The Social Construction of Technological Systems: MIT Press

De Mauro, T. (1999) Introduzione alla semantica, Bari, Laterza

Ferraris, M. (2008), Storia dell'ontologia (con altri), Milano, Bompiani.

Gruber, T (1993), A Translation Approach to Portable Ontology Specifications, Elsevier, Academic Press

Guarino, N. (2009), The Ontological Level: Revisiting 30 Years of Knowledge Representation Conceptual Modelling: Foundations and Applications. in: Essays John Mylopoulos, Springer Verlag 2009, pp. 52-67.

Kuhn, T. (1979) La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino.

Popper, K. (1970) Logica della scoperta scientifica, Einaudi, Torino.

Smith, B. e Welty, C. (2001), Ontology: Towards a New Synthesis, negli atti di FOIS’01, ACM Press

 



[1] Essentially, all models are wrong, but some are useful  (Box, George E. P.; Norman R. Draper (1987). Empirical Model-Building and Response Surfaces. Wiley.)

[2] Ciò ovviamente non implica che alcune garanzie formali, ad esempio la decidibilità, non siano spesso necessarie.

 

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2. Nello Iacono

Cittadinanza digitale

      1.   Cittadinanza Digitale

 

2.    Introduzione

Il tema della cittadinanza digitale va trattato sia come metafora del profondo cambiamento culturale necessario per “capire la Rete”, i suoi meccanismi e le modalità di farla penetrare nel quotidiano, sia come luogo dove si riconfigurano i diritti e i doveri primari dell’essere cittadino.

Il discorso su questo tema si incentra così, necessariamente, sui nuovi paradigmi mentali da acquisire, per superare la pigrizia o l’equivoco di affrontare le questioni della società digitale con “vecchi arnesi” non più adeguati. In questo, credo sia fondamentale superare il dualismo digitale-non digitale, riconoscendo la natura ibrida reale-virtuale delle relazioni, delle interazioni, delle transazioni sociali e commerciali e quindi riconoscendo la necessità di un approccio sistemico e circolare in cui la cittadinanza digitale non è altro che l’estensione naturale, il completamento e l’interpretazione globale delle nuove forme di interazione e di vita sociale e politica.

Non si tratta, pertanto, di esplorare le potenzialità della rete e di attivarsi per massimizzare l’utilizzo delle nuove tecnologie, quanto di puntare i riflettori sui diritti di cittadinanza ancora non compiuti, ancora non soddisfacenti, e di interrogare le nuove opportunità della rete per riuscire a realizzarli, coscienti però che ogni nuovo territorio di diritti porta con sé la sua regolamentazione di doveri, di responsabilità ed etica.

In questo, la dimensione digitale della cittadinanza e della nostra “società in rete” consente di sperimentare l’ampiezza dei limiti globali (virtuali-reali) in cui si colloca il nuovo gioco democratico. Siamo ad un possibile rimescolamento delle carte delle percezioni, delle regole, dei limiti, delle interpretazioni. La cittadinanza digitale può essere anche questo. Può essere, per dirla con Paolo Zocchi, la porta per “la democrazia possibile”, verso un approccio in cui “è l’amministrazione che deve andare dal cittadino per facilitare la fruizione di un suo diritto” (Zocchi P., 2003).

3. Dei diritti perduti

 

3.1. Accedere

L’”essere digitali” comporta un rimescolamento profondo dei diritti di cittadinanza, perché da un lato introduce ostacoli e barriere nuove all’accesso di diritti ritenuti ormai acquisiti, dall’altro consente di mettere sul tavolo della discussione sulla cittadinanza altri diritti che semplicemente non erano nella sfera delle possibilità.

Credo che sia utile affrontare in questo modo il tema della cittadinanza digitale, così da poterlo leggere come estensione della cittadinanza “non digitale”, così come il cittadino digitale non è che l’estensione sulla rete del cittadino non digitale e ne condivide l’identità. Non siamo in cerca di una nuova identità, ma di arricchire quella che già abbiamo, e di far sì che questo ci consenta una migliore qualità della vita. Partiamo, allora, dal considerare i diritti acquisiti che rischiamo di perdere o, almeno, di vedere limitati.

Il primo, in ordine di priorità “logica”, è il diritto all’accesso per usufruire dei propri diritti o per espletare i propri doveri. Se io devo interagire con l’Amministrazione pubblica per compilare la mia dichiarazione dei redditi, e mi si richiede di compilare i moduli online, si presuppone che io sia in grado di farlo. Si presuppone che io disponga di un computer, di una buona connessione di rete e sia anche in grado di destreggiarmi bene sui moduli (che abbia anche una buona competenza digitale, oltre che una competenza tale da comprendere come compilare i singoli campi dei moduli). Prima, mi si richiedeva di compilare un modulo cartaceo e di saper spedire i moduli via posta. Ciò che mi si richiede adesso è quindi sia a livello di nuove competenze sia a livello di nuova strumentazione. È come se avessero trasferito tutti gli uffici postali e le nuove locazioni fossero note solo a chi possiede un decifratore di mappe e sapesse leggere con l’inchiostro simpatico. Nuove competenze, nuovi strumenti che diventano necessari per accedere all’espletamento di un proprio dovere. L’alternativa è arrendersi al ricorso ad un mediatore digitale. Affidarsi ad una figura/ente che si fa carico di mettere in relazione il cittadino non competente digitale con l’Amministrazione.

L’evoluzione tecnologica non “accompagnata” da interventi di supporto ai cittadini ha come effetto l’allontanamento di molti di loro dall’interazione diretta con l’Amministrazione e l’inserimento di uno stuolo di mediatori che hanno come principale effetto non l’attenuazione del “disagio digitale”, ma il suo consolidamento.

Tutte le Amministrazioni stanno cercando di realizzare progetti di innovazione tecnologica puntando alla digitalizzazione dell’interazione e quindi all’eliminazione del bisogno di incontro fisico e cartaceo con il cittadino. Ma quale cittadino? Il cittadino a cui pensano è un cittadino che “sa essere digitale” e “può essere digitale”.

In Italia, se seguiamo le ultime statistiche Istat, solo il 54% delle famiglie dispone di almeno un computer e di una connessione ADSL. Quasi la metà dei cittadini italiani ha quindi bisogno di un mediatore per interagire con l’Amministrazione. Viene da pensare ai primi del Novecento e ai mediatori resi necessari dall’analfabetismo. E vengono i brividi. Vengono i brividi perché quella era una realtà in cui la pienezza dei diritti era praticamente impossibile per chi non riusciva a comunicare per iscritto e non riusciva a leggere le regole e le norme.  Oggi gli studenti universitari non possono accedere alle informazioni indispensabili per i propri esami se non attraverso il web, e anche ai liceali si richiede di svolgere alcuni compiti tramite Internet. Effetto dell’evoluzione tecnologica, si dirà. Ma questo vuol dire che il divario digitale (fatto di competenze e strumenti, e quindi legato alla situazione economica, sociale e geografica molto più che alla generazione) divide tra chi può usufruire dei propri diritti “come prima” e chi non può più farlo.

Ecco, il problema dei “vecchi diritti” può essere rappresentato in questo modo: quanto più la società sfrutta le opportunità del digitale (e si “sbarazza” delle vecchie prassi ormai desuete), quanto più diventa urgente la diffusione massima del poter e saper agire digitale. Il rischio, altrimenti, è la marginalizzazione di una parte sempre più consistente della popolazione, costretta ad affidarsi a mediatori o, in mancanza di mezzi sufficienti, a rinunciare ai propri diritti.

Il diritto all’accesso ed all’inclusione digitale diventa, così, il diritto primario e “propedeutico” alla cittadinanza. Poiché se è naturale (e senz’altro positivo) che i servizi (delle amministrazioni, dei privati) si sposteranno sempre più verso la rete in modo esclusivo, senza interventi pubblici é naturale prevedere che la popolazione marginalizzata aumenterà sempre più.

Il futuro della cittadinanza dipende in gran parte dalla capacità di invertire questa tendenza. Il problema, tutto politico, è sul come combattere l’esclusione digitale e, così, decidere se investire per rendere meno costosa al singolo cittadino la mediazione “a basso valore aggiunto” (mediazione da mancata alfabetizzazione) oppure (ed è la strada della vera evoluzione sociale) investire sull’alfabetizzazione digitale, sulla costruzione delle condizioni che consentano l’interazione digitale diretta dei cittadini. Per quanto banale sembri la scelta, a livello nazionale non è stata intrapresa in modo determinato nessuna di queste due strade.

Il nostro Paese è pieno di buoni esempi di amministrazioni che si sono impegnate e si impegnano sul fronte dell’eliminazione del divario digitale, ma senza un progetto di sistema ogni intervento è destinato ad essere una piccola/grande oasi nel deserto. Si tratta, invece, di intervenire in modo integrato sulla banda larga, sulla creazione di punti di accesso pubblici assistiti, sull’uso quotidiano delle nuove tecnologie nelle scuole, di realizzare una grande campagna di informazione e di formazione per lo sviluppo delle competenze digitali necessarie ad esercitare i diritti di cittadinanza.

Intervenire in modo integrato e sistemico, perché stiamo parlando di coniugare lo sviluppo dell’innovazione tecnologica nelle Amministrazioni con gli investimenti nella Scuola e nelle Università, di considerare interventi di assistenza sociale i progetti di alfabetizzazione digitale, di correlare l’evoluzione delle norme con l’evoluzione ICT.

Alla politica non si richiede però attenzione e buona volontà, ma di cambiare profondamente paradigma mentale. Fino a considerare il diritto alla connessione allo stesso modo con cui si considerava (prima) il diritto a poter accedere ad un posto telefonico pubblico. E, così, considerare il wi-fi nei servizi pubblici come possibilità naturale, non come privilegio, e la sua gratuità per l’accesso ai servizi dell’Amministrazione allo stesso modo con cui non ci sogneremmo mai di pagare per entrare in un ufficio pubblico.

L’esperienza di Venezia, in cui il Comune ha avviato un complesso e organico progetto di cittadinanza digitale[1] ed ha intrapreso la scommessa dell’accesso wi-fi gratuito, è un’indicazione chiara dell’obiettivo che possiamo proporci di raggiungere a livello nazionale. Il dibattito è tutto da intavolare sul fronte del “come” e non del “se”.

3.2. Identità e indirizzo

Un altro tema, conseguente all’accesso, ma tutto interno alla definizione della nuova cittadinanza, è quello relativo all’identità e all’indirizzo.

Anche qui, sembra banale. Se i servizi sono portati sulla rete, ed io posso e devo accedere in rete, vorrà dire che esisterà sulla rete un protocollo di comunicazione simile a quello esistente nella “vita non digitale”.

Nella “vita non digitale”, l’Amministrazione pretende che io abbia un unico indirizzo di residenza e mi assegna un identificativo univoco (il codice fiscale), oltre a riferirsi alle informazioni presenti in Anagrafe. Questo consente di comunicare via posta, con vantaggio reciproco, e di rendermi riconoscibile a tutti gli enti e le amministrazioni.

Similmente, non c’è ragione perché non sia così, dovrebbe avvenire per la “vita digitale”: è vantaggio reciproco (e sociale) che io abbia un unico identificativo (una unica identità digitale) e un unico indirizzo “ufficiale” (una casella di posta elettronica, possibilmente certificata). Ed è altrettanto naturale che la scelta più semplice sia che l’attribuzione avvenga a cura dell’Amministrazione, così da garantire scelte omogenee ed attribuzioni esaustive. Nella “vita non digitale” questi sono diritti che nessuno si sognerebbe mai di mettere in discussione.

Oggi, lo sappiamo, non è così. Ogni amministrazione gestisce un sistema di identificazione autonomo, e si attende che l’indirizzo sia inserito a nostra cura. La modalità di identificazione è poi varia e multiforme, e noi cittadini “digitali” ci troviamo sommersi da pin e username tutti diversi, ciascuna con propria anagrafica, in pieno regime di incomunicabilità. Aumenta la difficoltà di essere digitali, si innalzano le barriere digitali, aumenta la necessità di ricorrere ai mediatori.

 

4 Nuovi diritti all’orizzonte

4.1. Il controllo delle informazioni

Giddens, negli anni scorsi (Giddens A., 2000), ha parlato di “democratizzazione della democrazia”[2], nel senso di “approfondimento della democrazia”, pensando all’effetto necessario dell’evoluzione digitale sul potere di controllo delle informazioni.

Sappiamo che una delle potenzialità maggiori della rete riguarda proprio l’annullamento del potere di controllo sulle informazioni. Non solo ciascuno può essere fonte informativa e con strumenti molto poco costosi (basta un telefono per mandare via web il filmato proibito delle manifestazioni di piazza in Iran o in Cina), ma ciascuno di noi può anche informarsi su tutto scegliendo tra più fonti. Nulla di tutto questo può essere posto sotto controllo, perché la circolazione delle informazioni “è” Internet. D’altra parte, nessun principio democratico può negare che questo rientri nei diritti di cittadinanza. La possibilità di accedere in modo semplice all’informazione fa sì che il problema si sposti, per l’Amministrazione, dal “cosa rendere disponibile” al “perché non rendere disponibile”, in quanto non ci sono ragioni per negare l’accesso all’informazione se non per casi di sicurezza e riservatezza. L’informazione diventa un diritto ancora più forte e si porta dietro anche il diritto ad informare, a porre quesiti, ad essere ascoltato.

L’interazione conseguente all’evoluzione digitale è proporzionale alle opportunità della rete.

4.2. I nuovi confini della democrazia rappresentativa

La possibilità di interagire in rete a basso costo con grandi quantità di persone (eliminando le barriere logistiche e temporali) ha come conseguenza anche il superamento della necessità di porre un limite “ragionevole” per la partecipazione alla discussione e alle scelte della comunità locale e nazionale. La democrazia rappresentativa diventa una scelta e non più una necessità “fisica”, per cui la sua riconfigurazione nel contesto della società in rete può permettersi di combinare ed inglobare in modo del tutto nuovo elementi della democrazia diretta. E se può permetterselo, perché gli strumenti lo consentono, anche qui il problema si ribalta: deve esserci una buona ragione (politica) per porre dei limiti e delle regolamentazioni[3]. La e-partecipation, la e-democracy, non sono che delle etichette poste alla riconfigurazione della democrazia in un mondo che ha esteso in modo indefinito la gestione del luogo e del tempo. Il problema non è facile da affrontare, ci sono esperienze molto avanzate nei Paesi del nord-Europa, mentre in Italia siamo pressoché al palo. Le forze politiche nazionali probabilmente pensano che questo sia un terreno minato (e probabilmente l’ignoranza diffusa sulle nuove tecnologie accentua il timore). Sta di fatto che nulla di concreto si sta muovendo e si sta progettando. Qualche esperimento, qui e là, per dare la percezione di una certa sensibilità all’argomento.

Eppure, la rete è un pullulare di dibattiti, di gruppi, di iniziative che diventano reali manifestazioni (reali, nei corpi dei manifestanti), è un luogo dove si tocca con mano (virtuale) l’energia della partecipazione, dove si ha la percezione che il momento dei cambiamenti è arrivato. Può arrivare. È qui che la cittadinanza digitale si coniuga in modo indissolubile con la cittadinanza attiva.

Nell’attuale cronaca politica si parla di riforme, ma nessuna di quelle di cui si parla ha a che fare con le nuove forme di partecipazione democratica, che oggi sono possibili e necessarie. Non è facile progettarle, ma insieme alle competenze che mancano a troppi esponenti politici, gioca a sfavore l’idea che sia meglio intraprendere la strada della mediazione (vedi capitolo precedente) o provare a far sì che la rete sia uno strumento di omologazione invece che di partecipazione. In questo senso, affermare il diritto alla partecipazione significa impegnarsi per dare un futuro democratico alla rete, per far sì che la rete sia davvero un’opportunità per “democratizzare la democrazia”.

4.3. Contenuti digitali pubblici

Infine, credo sia importante evidenziare (anche se si tratta di un argomento ormai consolidato) il tema della fruibilità dei contenuti digitali e dei formati “aperti” per quanto riguarda i contenuti di “fonte pubblica”.

E lo si può affrontare da due punti di vista:

  • dal punto di vista della neutralità tecnologica, in quanto nessuna norma può richiedere al cittadino di munirsi di un certo dispositivo (software, hardware) per l’utilizzo di un contenuto pubblico. È come se, altrimenti, l’accesso agli archivi fosse consentito solo ai possessori di una certa marca di occhiali o se le fotocopie di documenti pubblici fossero rese leggibili solo ai possessori di lavagne luminose di una certa ditta. Nulla di più illogico;
  • dal punto di vista della proprietà, in quanto ciò che è pubblico deve essere reso fruibile nei limiti stabiliti dalla legge. E quale legge può impedire o impedisce la piena utilizzabilità di un contenuto pubblico anche se digitale?

Come negli altri casi, la presenza di una possibilità ribalta la logica: sta all’Amministrazione motivare il perché un certo contenuto può avere una limitazione di utilizzo (ed il suo formato è una limitazione) e perché applicare una regola di diritto di proprietà che rende oneroso l’utilizzo e non invece una regola che segue la logica del “copyleft”, dei Creative Commons.

5. Un approccio possibile: l’Ecologia digitale

C’è un filo rosso che lega il problema del divario digitale e della proprietà dei contenuti in rete, il tema dell’accesso e della competenza digitale necessario, e che attiene alla maturità sociale e ai rischi di una evoluzione digitale che amplifica le fratture sociali e le divaricazioni. L’ampiezza di intervento richiede un approccio ampio, solistico, multidisciplinare. Questo può essere rappresentato dall’ecologia digitale, che qui accenno soltanto[4], e che è pertanto parte fondamentale del percorso per la realizzazione di una piena Cittadinanza Digitale.

Anche se generalmente poco frequentato, questo approccio ha già diversi anni. Già nel 2001 Boyle ampliava, infatti, il concetto originario di ecologia digitale dovuto a Newstrom[5]  paragonando la politica della proprietà e del copyright alla politica ambientale.

A partire dalla protezione della proprietà intellettuale, infatti, secondo Boyle (Boyle, 2001), i gruppi privati hanno una naturale tendenza all’eccesso di protezione, fino alla chiusura effettiva degli accessi all’ambiente digitale. L’azione politica deve essere quindi rivolta alla difesa del “pubblico dominio”. In questo senso Boyle interpreta il termine come rivolto alla dinamica di forza tra chi vuole appropriarsene, creando monopoli e controllandone lo sfruttamento e l’accesso, e chi non ha mezzi, la società nel suo complesso. L’accento è quindi prima di tutto sulla proprietà e sull’accesso all’ambiente digitale.

Diventa così necessario applicare un approccio basato sull’ecologia digitale per la ricerca dell’equilibrio tra persone ed ecosistema informativo e nell’ecosistema informativo stesso, restituendo centralità alla persona ed alle sue esigenze e negando la centralità della tecnologia in quanto fine. Da qui si può procedere per raggiungere la necessaria maturità sociale nell’utilizzo delle tecnologie e della rete, maturità che si basa sul superamento, insieme, del divario digitale, degli ostacoli all’accesso e del sovraffollamento informativo.

La maturità necessaria sull’uso della tecnologia, che deve raggiungere la società digitale (ma anche tutte le organizzazioni), non è in fondo altro che la ricerca dell’equilibrio ambientale che dobbiamo costruire intorno alle categorie tipiche  dell’esistenza umana e sociale: il tempo, il luogo, lo spazio[6].

L’approccio olistico, multidisciplinare, dell’ecologia digitale permette, in questo ambito, di affrontare simultaneamente i problemi della società digitale che sono comuni ai macro e ai micro ambienti, e rivelano i loro effetti sia sul piano della cittadinanza sia su quello del lavoro sia su quello privato.

6. Il confine tra non digitale e digitale, reale e virtuale

Il punto chiave, comunque, è il superamento del dualismo digitale-non digitale. La cittadinanza digitale, è bene ribadire, non è una forma “diversa” di cittadinanza, ma l’estensione della cittadinanza che abbiamo fin qui conosciuto.

Così, non c’è nessun confine da riconoscere tra digitale e non digitale, se non perché il non digitale limita l’esercizio di alcuni diritti (partecipazione, informazione, interazione) che grazie al digitale possono essere pienamente esercitati. La chiave di volta è il ribaltamento dell’ottica con cui si guarda al nostro essere nella società, non con un prima e un dopo, un qui ed un oltre, ma con dei “come” legati agli strumenti disponibili. Muoversi dalla rete alla “realtà”, e viceversa, implica un passaggio quotidiano che non obbliga a “cambi di stato” e consente la simultaneità. L’interazione che avviene tra più persone in un luogo fisico non nega la possibilità dell’interazione virtuale e anzi se ne nutre, perché la simultaneità reale-virtuale è un arricchimento (il successo di Twitter ne è una dimostrazione). E non c’è ragione perché venga limitato.

Da questo punto di vista, le nostre esperienze sono ancora molto embrionali, e dal punto di vista dell’applicazione sociale e politica praticamente primordiali.

Rispetto alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie, i nostri processi di partecipazione e di decisione sono del tutto insufficienti. E questa insufficienza ci nega dei diritti, impedisce alla società di sperimentare nuove forme di comunicazione e di costruzione, di crescere, di evolvere.

È, questa, l’immagine di una frattura, di una divaricazione tra possibile e reale, tra aspettative di una fascia sempre più folta di “popolazione digitale” (in gran parte formata da nativi digitali, in gran parte giovani marginalizzati dal mercato del lavoro) e capacità di reazione e comprensione della società strutturata e regolamentata.

7. Se non si sviluppano le competenze digitali

L’affermazione dei diritti (e dei doveri) della cittadinanza digitale comporta l’acquisizione delle competenze digitali necessarie da parte dei cittadini.

Qui credo sia opportuno una breve riflessione. Spesso si confondono le competenze digitali con l’alfabetizzazione informatica. Non è la stessa cosa, l’alfabetizzazione consente di acquisire una competenza digitale di base, ma non è sufficiente. Le competenze digitali sono quelle che consentono di muoversi nella rete con la stessa cognizioni con cui ci si muove nei luoghi “non digitali”. Per questo abbiamo finora parlato di necessità di “alfabetizzazione digitale”.

Ormai la definizione unanimemente adottata è quella proposta dall’Unione Europea (Unione Europea, 2006):

la competenza digitale consiste nel saper utilizzare con dimestichezza e spirito critico le tecnologie della società dell’informazione (TSI) per il lavoro, il tempo libero e la comunicazione. Essa è supportata da abilità di base nelle TIC: l’uso del computer per reperire, valutare, conservare, produrre, presentare e scambiare informazioni nonché per comunicare e partecipare a reti collaborative tramite Internet

Questa definizione, declinata secondo la forma suggerita da Le Boterf (Le Boterf, 2009), e quindi in termini di “saper agire” in un determinato contesto secondo una determinata modalità, può essere così articolata (Fini A., 2009): è la capacità di

§  saper esplorare ed affrontare in modo flessibile situazioni tecnologiche nuove;

§  saper analizzare, selezionare e valutare criticamente dati e informazioni;

§  sapersi avvalere del potenziale delle tecnologie per la rappresentazione e soluzione di problemi e per la costruzione condivisa e collaborativa della conoscenza;

mantenendo la consapevolezza della responsabilità personali, del confine tra sé e gli altri e del rispetto dei diritti/doveri reciproci.

In questo senso, la competenza digitale attraversa tre dimensioni (tecnologica, cognitiva ed etica) ed è legata chiaramente alle capacità di base dell’essere individuale, “tout-court” (mantenere capacità critica rispetto alle informazioni e alle opinioni, saper affrontare le situazioni problematiche), del divenire (essere capaci di accogliere i cambiamenti derivanti dall’innovazione tecnologica) e dell’essere sociale (essere parte di una comunità ed interagire). Non è la stessa cosa che imparare ad usare un computer. Delegare l’interazione digitale ad un mediatore è allora come affidarsi ad un assistente sociale perché incapaci di interagire con la comunità, perché incapaci di vivere in modo autonomo.

Se questo oggi sta avvenendo per circa metà della popolazione italiana, la domanda è: possiamo permetterci l’incompetenza digitale di una così grande parte della popolazione? E non è necessario, invece, lanciare una grande campagna di alfabetizzazione/formazione digitale?

E non è forse il caso di investire nella Scuola, perché sia veicolo primario di questa competenza digitale? Oggi la preoccupazione maggiore dell’Amministrazione è di aumentare il numero degli strumenti tecnologici e dei computer distribuiti. Ma, a differenza delle scuole del Nord-Europa dove sono previste risorse dedicate allo sviluppo della conoscenza condivisa tra i docenti, in modo da meglio porre le basi per uno sviluppo diffuso della competenza digitale, in Italia si continua a percorrere la strada dei progetti isolati, del volontariato, dei risultati di apparenza.

Intanto, il tempo passa e il cambiamento ci sfugge.

 

8. Conclusione

Quando si affrontano temi come questi, da un lato si corre il rischio di rilanciare argomenti triti e ritriti, dall’altro di dare per scontate conclusioni e argomentazioni che forse lo sono soltanto per una nicchia (fortunata?).

Il cammino che con Paolo Zocchi ci ha portato attraverso sei edizioni del Libro Bianco sull’Innovazione e un libro (Zocchi P., Iacono G., 2005) ci ha condotti anche ad una situazione di saturazione: abbiamo detto ciò che si poteva dire e abbiamo proposto ciò che si poteva proporre. Rimane il fare. Paolo ha iniziato con la sua esperienza di governo (troppo breve) e con la sua proposta per innovare Roma, ponendo al centro la qualità della vita, i diritti dei cittadini. Con le nuove tecnologie, sempre più pervasive, al servizio della popolazione.

Se ci ritroviamo qui, a riannodare tutti i fili dei discorsi fatti, a rimettere sul tavolo i temi che secondo noi devono trovare soluzione e realizzazione, è grazie alla passione con cui abbiamo percorso insieme questi anni.

Perché non possiamo arrenderci.

7. Bibliografia essenziale

 

1.    Castells M., Galassia Internet, Feltrinelli, 2002.

2.    Boyle J., intervento alla conferenza Code, Cambridge, UK, 2001.

3.    Fini A., La competenza digitale dei Digital Natives, LTE – Università di Firenze Bari, 27 marzo 2009

4.    Giddens A., Il mondo che cambia, Il Mulino, 2000.

5.    Fiorini L. a cura di, Cittadinanzadigitale, edizioni Junior, 2009.

6.    Iacono G, Verso l’ecologia digitale delle organizzazioni, Angeli, 2003.

7.    Istat, Le tecnologie dell'informazione e della comunicazione: disponibilità nelle famiglie e utilizzo degli individui, Rapporto ISTAT,  febbraio 2009.

8.    Le Boterf G., Costruire le competenze individuali e collettive, Guida, 2009.

9.    Unione Europea, Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio relativa a competenze chiave per l’apprendimento permanente, (2006/962/CE), 18 dicembre 2006. URL:

http://eurlex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2006:394:0010:0018:IT:PDF

10.  Zocchi P., Internet, la democrazia possibile, Guerini e Associati, 2003.

11.  Zocchi P., Iacono G., L’Innovazione Tradita, Editori Riuniti, 2005.

 



[2] Secondo Giddens, la “democratizzazione della democrazia” è necessaria “perché i vecchi meccanismi di governo non funzionano in una società dove i cittadini dispongono delle stesse informazioni di coloro che sono al potere”(Giddens A., op.cit.)

[3] Rimane attuale quanto affermava Castells qualche anno fa: “In realtà, la libertà non è mai un dato di fatto. È una lotta costante; è la capacità di ridefinire l’autonomia e applicare la democrazia in ogni contesto sociale e tecnologico. Internet offre un potenziale straordinario per esprimere i diritti dei cittadini e comunicare i valori umani” (Castells M., 2002).

[4] Qui utilizzo la seguente definizione di ecologia digitale (Iacono G., 2003):

“L’ecologia digitale

§  tratta della comprensione degli ecosistemi informativi;

§  ha lo scopo di comprendere la produzione, la distribuzione, la conservazione, l’accessibilità, la proprietà, la selezione e l’uso dell’informazione negli ambienti determinati dalla tecnologia;

§  punta a preservare e incrementare la diversità e la vita culturale nell’ecosistema informativo;

§  punta all’educazione all’uso umano della tecnologia e alla valorizzazione della persona e degli approcci “high-touch” nel loro rapporto con l’ecosistema informativo”.

[5] Newstrom, vicepresidente dell’EDS, al convegno internazionale sull’ICT di Chicago, 2000: “La mia tesi è questa: io credo che la nostra Ecologia Digitale sia fuori controllo… sembra che abbiamo perduto il nostro senso di equilibrio! La popolazione mondiale si sta polarizzando ai due estremi:  o diluvio o siccità… festa o carestia… vasti oceani o enormi deserti… di informazione! Nel mondo miliardi di persone sono affamate per l’informazione… mentre un piccolo numero di persone sembra soffrirne per gli eccessi”.

 

[6] Dove, nell’evoluzione digitale, lo spazio e il luogo diventano liquidi e il tempo rimane “drammaticamente solido”, poiché “abbiamo lo stesso tempo di quando la realtà appariva solida” (Fiorini L., 2009).

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3. Performing Media: la via ludica-partecipativa alla cittadinanza digitale  

di Carlo Infante

carlo@performingmedia.org

Una breve premessa: l'incontro con Paolo Zocchi  nell'ambito della campagna elettorale per il Comune di Roma ha segnato per me un riavvicinamento all'impegno politico, certamente non per un'affinità con Il Partito Democratico ma per l'affinità elettiva con Paolo, per la sua energia vitale coniugata ad  una forte tensione civile nel concepire l'innovazione come un'opportunità per rilanciare le qualità della vita urbana, in una città come Roma, dove ero appena tornato dopo 18 anni di vita a Torino.

In questo contesto fertile, di pensatoio dinamico, sono emerse idee e strategie politiche che  mi hanno permesso di mettere in campo alcune delle pratiche che avevo sperimentato (in particolare con Acmos-Gruppo Abele e Libera Piemonte) e teorizzato in un mio libro sulle politiche e le poetiche della rete. (1)

Quello che segue è una riflessione che è stata alla base di alcune delle idee che furono messe in campo allora, grazie alle sollecitazioni di Paolo.

1.                                           

L'evoluzione partecipativa del web

Lo sviluppo della nostra società riguarda l’evoluzione dell’idea di spazio pubblico, dall’invenzione del teatro nella polis greca alle piazze del rinascimento.

E in questo quadro che sinserisce la necessità di progettare ambiti ludico-partecipativi per creare anche nel web le condizioni per attuare dinamiche di cittadinanza attiva.

Questo approccio può diventare un’opportunità per coniugare il principio basilare del sistema educativo, quello di formare cittadini, con la pratica culturale nel nuovo spazio pubblico che sta emergendo, quello di Internet.

In questo senso è importante la realizzazione di nuovi format culturali, sociali ed educativi di comunicazione interattiva per interpretare le potenzialità di ciò che viene definito il web 2.0, ovvero l’evoluzione della rete nel senso partecipativo, come il fenomeno dei blog e dei social networking ha reso evidente.

2.

La rete come spazio pubblico                                                                                  

La scommessa principale in atto per quanto riguarda lInnovazione è direttamente proporzionale alla capacità dinterpretare la Società dellInformazione per ciò che può diventare: il nuovo spazio pubblico, quello di una polis fatta da informazioni prodotte dallazione degli uomini che vivono e usano la rete come nuova opportunità di relazione sociale.

Levoluzione del social networking ( e ancor prima dei blog) rifonda il concetto dinformazione: non più solo prodotta dagli specialisti (giornalisti e autori) bensì dagli utenti dei sistemi informativi che, attraverso lapproccio interattivo, esprimono il loro diritto-dovere di cittadinanza nella società dellinformazione.

Si tratta di condivisione dello spazio pubblico rappresentato dalle reti: l'infrastruttura della società in divenire.

Lutente delle reti può trovare il modo per portare con sé, dentro la rete globale, la dimensione locale della propria soggettività e della propria comunità, per dare forma alla coscienza dinamica della propria partecipazione attiva.

Educare dopotutto significa “tirar fuori” (dal latino educere). Tirar fuori energia sociale.

E' qualcosa che è già nellaria da tempo nella cultura digitale ma che deve ancora compiersi nellassetto generale della res pubblica ed è per questo che è decisivo saper guardare alle nuove generazioni. Sono loro i futuri soggetti attivi di una socialità nuova che darà forma e sostanza alla figura che è ben definita da uno dei soliti neologismi: prosumer, il produttore-consumatore dinformazione.

3.

Verso una società dei saperi e dei pareri

Senza questa attenzione qualsiasi portale web apparirà come uno di quei gran portali di ranch visti nei film western degli anni Sessanta: una grande impalcatura con il deserto dietro. La fortuna delle piattaforme di social networking dimostra quanto sia possibile rilanciare una strategia di comunicazione pubblica che sia in grado di tradurre linterattività in nuova forma dinterazione sociale e anche, diciamolo, emozionale.

Per accostare allauspicata società dei saperi anche una società dei pareri.

Le strutture relazionali della società di massa (amplificata dai mass-media) sono logore e necessitano un radicale ripensamento a partire da un più preciso orientamento della comunicazione verso target particolari, dai gruppi dinteresse alle diverse comunità della società multiculturale, fino alle diverse fasce generazionali, pensionati o adolescenti che siano.

È da considerare però che non è solo una questione di nuove funzionalità. Non è infatti solo un fatto di servizi più evoluti, di soddisfazione dei bisogni, bensì di strategia di comunicazione pubblica che solleciti il desiderio di mettersi in gioco: di partecipare a piattaforme web che sappiano fidelizzare e valorizzare il feedback dei cittadini on line. Perché si renda esplicito quanto la rete possa essere spazio pubblico, ossia qualcosa che rappresenti l'estensione di un'operatività umana che sta imparando a fare dello scambio d'informazioni un valore d'uso e non solo un consumo. E' nel valore d'uso della comunicazione che si annida l'elemento germinale delle risposte a tante di quelle domande che ci stiamo ponendo in questa cruciale fase di transizione culturale.

4.

Gli scenari del web 2.0. La mutazione di paradigma.

Siamo nell’arco di un passaggio radicale, una netta mutazione di paradigma: cambia la chiave di violino davanti al pentagramma evolutivo. E ciò riguarda non solo la crisi strutturale degli assetti produttivi ma quelli sociali. Sta cambiando qualcosa di fondante: il nostro modo di percepire il mondo, l’idea di spazio e di tempo, ad esempio.

La domanda inevitabile da porci di conseguenza deve essere: in che termini stabilire la relazione tra queste reti immateriali e il territorio?

Un sistema-paese come lItalia che soffre ancora di un ritardo grave rispetto ad altri paesi molto più connessi ad internet può e deve rilanciare questa relazione, a partire dalla sua prerogativa: il fatto dessere uno dei territori più desiderabili, per via dellintegrazione tra paesaggio, biodiversità, culture materiali e beni culturali. Eppure è una potenzialità non espressa fino in fondo per via di un approccio inefficace con i sistemi organizzativi e quelli della comunicazione, fin troppo adagiati sul modello televisivo incapace di cogliere le sfumature della complessità di un utenza che pone nuove domande.

La nuova complessità di cui stiamo trattando riguarda la simultaneità delle informazioni, le loro connessioni combinatorie, le dinamiche della rete e per essere più precisi le dinamiche partecipative del web 2.0 e del social networking (compreso il fenomeno tracimante di facebook), ambiti dove le informazioni sono sempre più innervate alle relazioni.

C’è ancora qualcuno che snobba la tecnologia come se fosse qualcosa per addetti ai lavori informatici? 

Ciò sottovaluta il fatto che  i nuovi linguaggi digitali scandiscono  sempre più le dinamiche sociali e, ciò che è più urgente, condizionano limmaginario di nuove generazioni. Queste stanno crescendo da sole, centrifugate da automatismi, perse nelle reti che rispecchiano in modo distorto la vita sociale.

Le istituzioni, a partire da quelle educative, stanno perdendo tempo, senza porre lopportuna attenzione culturale che coniughi i saperi sedimentati con le nuove attitudini ipertestuali dei nativi digitali.  

Il futuro di un Paese si misura sulla capacità del sistema di stimolare il potenziale creativo delle nuove generazioni. E quella creatività riguarda soprattutto l'ambientamento nei nuovi assetti psicologici e comunicativi creati dallevoluzione tecnologica in atto che investe sempre più le modificazioni antropologiche. Le generazioni-ponte devono creare le condizioni adeguate perché questo accada in un processo evolutivo della coscienza culturale, interpretando le accelerazioni tecnologiche in relazione alle mutazioni culturali.

E’ questo uno dei punti cardine della grave crisi di passaggio che stiamo vivendo, in cui la recessione economica rischia di annichilire le attenzioni per la ricerca. Eppure la proiezione nel futuro  deve rivelarsi come una risorsa da ridistribuire.

Avete presente quella frase di William Gibson?  Il futuro è già qui. E solo mal distribuito.

5.

La scommessa antropologica dell'homo ludens

Un Paese che non scommette sul proprio futuro è un Paese che non ha prospettive ed è destinato ad invecchiare e ad esaurire la forza motrice del proprio sistema, vanificando quella creatività originaria che riguarda la capacità d’inventare soluzioni efficaci nelle condizioni impreviste.

Sembra proprio sia il caso del sistema Paese Italia dove molti pensano che la creatività sia solo una questione di belle arti o di bei film.

Eppure tutti dovremmo preoccuparci del futuro, perché là dobbiamo passare il resto della nostra vita.

Ma quanti si sono fermati, magari arroccati nellautocompiacimento di ciò che già sanno e già fanno? 

Quanti non sopportano di trovarsi a disagio con un mouse? O temono la dispersione delle capacità di attenzione, parametrata sullo sviluppo lineare di un testo, di fronte alla dinamica non-lineare di un ipertesto? Di quellipertesto dipertesti che è Internet?

Ambientarsi nella società delle reti significa, prima di tutto, porsi con umiltà ed impegno nel cercare di comprendere la modificazione di quegli assetti psicologici e cognitivi che, per quanto si siano fondati sulla struttura alfabetica, oggi sono sempre più proiettati nell’infosfera audiovisiva e nell’interattività.

In questo senso sarà importante occuparsi di armonizzare il thesaurus delle nostre conoscenze con i sistemi della comunicazione multimediale, senza spaventarsi per ciò che c’è da perdere nel passaggio da un paradigma cognitivo a un altro.

Sì, qualcosa da perdere c’è. Rassegniamoci. Ma molto altro c’è da acquisire.

C’è, ad esempio, da operare perché le forme della comunicazione interattiva possano rivelarsi come opportunità di partecipazione alla nuova res pubblica espressa dalle reti, giocando la scommessa antropologica che sta alla base dello sviluppo della Società dellInformazione.

Già Jeremy Rifkin (2) ha affermato che si sta passando dallhomo faber della società industriale all homo ludens, agile nel selezionare le informazioni per tradurle in valore.

Il gioco, in quanto motore della creatività, è il concetto che possiamo quindi permetterci di porre in stretta relazione con la comunicazione, nuova materia prima della società delle reti. Il gioco è il principio attivo di quella complessità interpersonale che conduce verso il superamento dei ruoli prestabiliti e delle competenze stabilizzate, in un mondo che sta mutando attraverso le promesse dei nuovi media.

Linterattività si può tradurre in nuova interazione sociale, dando forma e dinamica relazionale a contenuti che trattano della vita culturale nei territori del nostro Paese. Affinando format che ridefiniscono il rapporto tra politica e poetica, come quelli che definisco di performing media, nellinterazione tra reti e territorio (geoblog, mobtagging, interaction design urbano, urban experience). 

Pratiche che fanno parte di una sensibilità diffusa nelle nuove generazioni che operano nel web, rilanciando un concetto di creatività che tendo ad accostare a quello suggerito dal matematico francese Jules-Henri Poincaré: "Creatività è unire elementi esistenti con connessioni nuove, che siano utili".

E penso a quanto questo suggerimento sia decisivo per capire il fenomeno del mash up in Internet, implementando diverse applicazioni, plugin, su operatività che rilanciano il principio open source nel senso lato del termine.  Come pratiche aperte dimplementazione secondo i principi della creatività connettiva. 

La questione della creatività, come ho già detto, non riguarda, infatti, solo lespressione artistica dei linguaggi ma la capacità di ambientarsi in nuovi contesti, come oggi è quello del web, il nuovo spazio pubblico. 

Il nuovo luogo dello scontro con i poteri cristallizzati ma anche dellincontro con le nuove generazioni.

Un ambiente da antropizzare in via direttamente proporzionale al nostro desiderio di mondo possibile, inventando nuovi modi di comunicare con (a differenza del comunicare a), re-imparando a condividere la conoscenza e a renderla funzionale alla progettazione di futuro. A partire dalla riqualificazione del nostro territorio, per instradare i nostri migliori processi produttivi (dal manifatturiero a quelli del trasferimento tecnologico) verso una nuova cultura dimpresa ed uninnovazione territoriale che riattivi non solo il PIL ma anche il FIL (Felicità Interna Lorda).

E' in questo quadro che è possibile comprendere la valenza della scommessa antropologica da giocare.

Nel momento in cui accettiamo che l'assetto lineare della produzione industriale s'è infranto contro gli scogli della globalizzazione non resta che rilanciare il gioco nella ricerca di nuovi modelli di sviluppo e per questo non basta la tanto idealizzata green economy, incardinata su fonti d'energia rinnovabile ed eco-sostenibilità dell'ambiente. C'è da inventare altro, letteralmente: scoprire cercando. Sovviene la dinamicità di ricerca propria dell'homo ludens, teso a cercare, a ricombinare le opportunità del serendipity, rilanciando le intuizioni di Levi Strauss per cui il bricolage antropologico è determinante per l'evoluzione umana.

L'approccio ludico è ad esempio in quel diventare “autore di sé stessi”, come afferma Sherry Turkle (3), condizione tipica della scrittura connettiva ( e intimamente relazionale) che si svolge nei blog e nei social network.

6.

Dal mass-media al my-media                                                                                                                   I mass-media, quelli televisivi in particolare, hanno viziato il concetto stesso di comunicazione, inibendo il valore originario della comunicazione intesa come un “comunicare con” per imporre il “comunicare a” : un comunicare da uno a molti, verticale e pervasivo.

La potenzialità interattiva di Internet mette in campo una potenzialità orizzontale e partecipativa che ora sta delineando un ulteriore salto di qualità, grazie a ciò che può essere definito social networking.

Uno dei modi migliori per  misurarci con questa problematicità è  quello di  raccogliere e interpretare gli impulsi e le competenze della società civile, per sviluppare piattaforme collaborative che mettano in rete le potenzialità partecipative dei cittadini.

In questo quadro è pienamente inscritta tutta la necessità d’inventare  nuovi ambiti per la produzione di socialità, attivando opportunità in cui, accanto ai servizi ad alto valore aggiunto tecnologico, servirà una creatività capace di interpretarli, nel creare nuovi modi, nuovi linguaggi, nuovi format come quelli che definisco Performing Media. (4)

Per creare questi nuovi modi, e nuovi mondi, occorrono anche parole nuove su cui è opportuno riflettere, per capire ciò che ancora non ha evidenza.

Una di queste è social tagging: uno dei concetti-chiave per comprendere la nuova fase della rete.

Vi si sottende una nuova pratica connettiva già delineata con il fenomeno diffuso dei blog e che di fatto rilancia  qualcosa che si fa da sempre nel web: l’ipertesto. E’ quindi una pratica di link: la connessione continua di frammenti di testo. Il dato cardine da rilevare è nel fatto che emergono dal testo, come la panna dal latte, le parole chiave, i concetti affioranti. E qui inizia il gioco delle libere associazioni che danno senso ad un concetto come quello di i-pertinenza, coniato da Derrick De Kerchkove per intendere la capacità d’espandere le pertinenze interpretando le possibilità ipertestuali della rete.

Le parole chiave vengono associate tra loro dall’azione connettiva degli utenti che ne condividono la pertinenza in un ambiente ipertestuale come la rete in cui è integrata anche la loro esperienza cognitiva diretta. L’informazione si fa sempre più glocal, globale come la rete e locale come la soggettività degli utenti che vi trasferiscono la loro interpretazione, e fondamentalmente con azioni nel territorio che rilanciano l’idea stessa di happening, come si sta sviluppando ora con l'idea del cantiere di urban experience a Roma. (5)

7.

Format di performing media

E’ in questo senso che emerge la necessità di declinare l’evoluzione tecnologica già in campo con l’invenzione di format che esplicitino i valori d’uso sociali dei nuovi media interattivi, sperimentando soluzioni diverse, come quelle azioni che utilizzarono (per la prima volta in Italia, nel gennaio 2007) i link attivi dei mobtag (o matrix code: una sorta di codici a barre che trasmettono automaticamente ad uno smart-phone grazie al software pre-installato) disseminati nella città di Torino, per utilizzare una “mappa emozionale dei luoghi della memoria antifascista”( 6) funzionale ad un’attività di animazione per la Giornata della Memoria. Quella fu una delle prime sperimentazioni di performing media promossa dal laboratorio sui nuovi modi di cittadinanza digitale, nato dall’incontro di Acmos, Libera e teatron.org, che con  la definizione di Performing MediaLab (7) ha istituito a Torino (in un bene confiscato alle mafie) un centro di ricerca sull’uso sociale e culturale dei nuovi media. Va a questo punto detto che proprio a Torino, già nel 1997, fu realizzato il progetto “ipercantiere”, inteso come palestra di creatività connettiva, dove fu realizzato da una decina di ragazzi (la multi task-force) un diario on line per la Biennale dei Giovani Artisti del Mediterraneo che anticipò il fenomeno dei blog. Dal 2005, nel Salento, per via della cattedra di performing media istituita ( per circa quattro anni) presso la Facoltà di Beni Culturali nasce il TarantaVlog per uno degli eventi più famosi dell’estate mediterranea, “la Notte della Taranta”, uno dei primi (in assoluto) videoblog realizzati (si pensi che la stessa YouTube nasceva nella primavera 2005).

Importante da rilevare in questo quadro è l’invenzione della piattaforma geoblog per le Olimpiadi invernali di Torino 2006, presentata prima dell’avvento di Googlemaps, visto che utilizzava le fotografie aeree della città (8). Questo format, teso a “scrivere storie nelle geografie” è stato utilizzato in molteplici ambiti tematici, da quello per la Via Francigena (9) a quello sul Futurismo a Roma (10), fino allo sviluppo più articolato nell'ambito dell'azione di urban experience “Performing Roma” (11). Per quanto riguarda gli aspetti più inerenti la cittadinanza attiva si segnalano quelli sull’aggregazione giovanile a Macerata  (12) e il progetto per l’inaugurazione del castello di Casale Monferrato che lo ha visto integrato ad un piano articolato definito Palestra di Cittadinanza che ha visto uno sviluppo scatenante nell’uso del social network facebook, usato da più di 300 studenti casalesi come un ambiente di auto-organizzazione e di senso condiviso. (13).

Una pagina dell'Unità titolò quell'azione in modo emblematico: “il castello espugnato dai guerrieri del web”.

A Paolo sarebbe piaciuto quell'assedio del Castello di Casale, espugnato da giovani cittadini che avevano trovato il modo per tradurre la loro energia ludica in partecipazione attiva.

1.      Performing Media 1.1 Politica e poetica delle reti ,  Memori, 2006

L’era dell’accesso, Mondadori, 2000

La vita sullo schermo , Apogeo, 1997

www.performingmedia.org

www.urbanexperience.it

http://acmos.net/memoria

www.performingmedia.org/lab/pie

http://www.glocalmap.org/img_press/img_big/img_big17.jpg ,  http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&ID_articolo=2151&ID_sezione=38&sezione=News

http://geoblog.it/francigena

http://geoblog.it/futur

http://www.geoblog.it/performingroma/

http://geoblog.it/macerata

http://www.geoblog.it/castell, HYPERLINK "http://www.performingmedia.org/su-lunita-a-proposito-dei-civici-assedi-a-casale" http://www.performingmedia.org/su-lunita-a-proposito-dei-civici-assedi-a-casaleHYPERLINK "http://www.performingmedia.org/su-lunita-a-proposito-dei-civici-assedi-a-casal