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Arte, mestiere o missione: responsabilità sociale ed etica del formatore

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Saved by giovanni sorrentino
on September 21, 2009 at 6:46:27 am
 

28 ottobre 2009 dalle 9.30 alle 18.00

 

LA RESPONSABILITA’ SOCIALE ED ETICA DEL FORMATORE 

Lo scenario 

In una società  come l’attuale, caratterizzata da una crescente complessità e turbolenza, in cui le ideologie tradizionali perdono la loro funzione di riferimento ed i valori forti si affievoliscono o sono messi in discussione, molte persone, dentro e fuori le aziende, sono sempre più disorientate ed incerte.   

Questa incertezza, che percepisco durante i seminari che conduco, è comune a giovani e meno giovani, anche se si manifesta in maniera diversa.  I meno giovani nei decenni passati trovavano i loro ancoraggi e i loro riferimenti in regole sociali che permettevano, a chi non era sufficientemente allenato a fare affidamento alle proprie risorse personali, di trovare degli appigli e dei corrimano nel proprio procedere.  I rapidi mutamenti descritti di seguito hanno fatto venir meno molti di questi riferimenti.   

I più giovani, oggi, soffrono di un’altra contraddizione: mentre sono molto più preparati dei loro padri sul piano culturale e degli studi (molti si specializzano dopo la laurea) l’offerta di lavoro è inversamente proporzionale alla loro accresciuta preparazione; le occasioni di lavoro sono sempre precarie e spesso molto poco qualificate, creando forte incertezza e demotivazione nei singoli, oltre a rappresentare uno spreco sotto il profilo puramente economico.   

Tra gli allievi di un master nel quale mi trovo ad insegnare c’è una laureata in filosofia che fa la cassiera in un supermercato, e quando ha chiesto di passare in ufficio per dare un contributo più coerente con la sua preparazione, questo le è stato impedito perché la sua futura coordinatrice ha un semplice diploma e non accettava nel suo team una laureata con un master post-laurea;  un’altra allieva, laureata in economia, si è scusata di dover lasciare anticipatamente il seminario per andare a lavorare, e alla mia domanda ha precisato con disagio che andava a fare la cameriera in un ristorante, lavoro su cui conta per vivere.  

In passato, tradizioni, regole e costumi cambiavano lentamente: negli anni sessanta e settanta la fedeltà all’azienda era un valore e il legame tra il dipendente e l’organizzazione era più solido di quello tra partner; chi cambiava spesso azienda era considerato inaffidabile.  Il lavoro si trasmetteva frequentemente per via dinastica: al genitore che andava in pensione dopo aver servito fedelmente l’azienda, veniva consentito e spesso offerto di fare entrare al suo posto un figlio o una figlia.  Il criterio – non sempre verificato – era quello di talis pater talis filius e consentiva all’azienda di risparmiare costose operazioni di selezione. 

Quello che si era appreso nella scuola superiore o all’università era un investimento di lungo periodo, perché le cose cambiavano lentamente e le conoscenze acquisite in fase di studio potevano validamente essere usate anche dopo molti anni, salvo eventuali aggiornamenti, in genere fatti leggendo pubblicazioni specializzate.  La formazione, intesa come formazione ai comportamenti e non solo come addestramento tecnico, cominciava a muovere i primi passi. 

Questi riferimenti che cambiavano lentamente erano rassicuranti per chi non era abituato a fare affidamento ai propri talenti e ai propri valori interiori e avevano quindi una funzione di guida, anche se, per i più maturi, spesso rappresentavano una gabbia.   

Oggi, l’evoluzione tecnologica sempre più rapida ha trasformato profondamente i concetti di tempo e di spazio cui eravamo abituati, con un impatto sulle persone a livello globale: fisico (discrasia tra ritmi biologici e tecnologici), emotivo (l’ansia creata da ritmi sempre più frenetici e da urgenze non sempre reali), cognitivo (l’abbattimento dei confini geografici nei trasporti e nella comunicazione).   

L’adattamento a questi cambiamenti così rapidi e contrari ai bioritmi che ci caratterizzano da millenni non è stato e non è facile per nessuno; per alcuni è particolarmente disorientante.  A questo bisogna aggiungere i mutamenti nei sistemi organizzativi:  alle incertezze di un mercato sempre più precario e volubile, si sommano le contraddizioni che si percepisce all’interno delle organizzazioni;  le più statiche e burocratiche, che sono anche quelle destinate a scomparire, non si adattano al cambiamento e non si avvalgono della formazione mentre quelle che la usano lo fanno spesso in maniera incoerente.  

L’incoerenza si manifesta sia nel tagliare gli investimenti dedicati alla formazione non appena vi sono accenni di crisi, con un’ottica che ad essere generosi possiamo chiamare tattica, non strategica, sia nel contraddire nelle pratiche e nei comportamenti dei responsabili quanto viene chiesto ai collaboratori di acquisire tramite la formazione. 

Per quanto detto sopra, oggi alla formazione penso che venga chiesto – anche se non esplicitamente – qualcosa di più di ciò cui siamo abituati; i formatori – e l’AIF che li raccoglie e rappresenta – sono chiamati ad aprirsi a nuovi interrogativi, nuove responsabilità, interpretando il malessere e aiutando le persone a trovare in sé stesse le risposte che non trovano  all’esterno.

 

TAVOLI DI DISCUSSIONE

  1. Formazione,cambiamento,trasformazione - referente Claudio Moscogiuri