"Voi possedete il governo della città, ed è giusto, giacchè siete la forza. Ma occorre che siate capaci di sentire la bellezza; in quanto come nessuno di voi può oggi fare a meno di potenza, così nessuno ha il diritto di fare a meno di poesia. Potete vivere tre giorni senza pane; - ma senza poesia, in nessun caso; e quelli di voi che affermano il contrario s'ingannano: non si conoscono. Gli aristocratici del pensiero, i dispensatori dell'elogio e della censura, gli accaparratori dei beni spirituali, vi hanno detto che non avevate il diritto di sentire e di godere: - sono dei farisei. Invero, avete il governo di una città ove è presente il pubblico dell'universo, e bisogna che siate degni di tale carico. Godere è una scienza, e l'esercizio dei cinque sensi esige una iniziazione tutta sua, che ha luogo solo con la buona volontà e il bisogno. Ora ciò che vi occorre assolutamente è l'arte. L'arte è un bene infinitamente prezioso, l'arzente che rinfresca e infiamma, che ristora lo stomaco e lo spirito nell'equilibrio nativo dell'ideale."
Baudelaire
Nel corso di questi ultimi anni ho utilizzato spesso questo “scritto sull’arte” di Baudelaire. Un passepartout che si rinnova ogni volta che Firenze e la cultura in Italia e nel mondo giungono a momenti chiave della loro vita.
Non so se questo è il caso nostro, se ormai (come prediceva Brecht) il ventre dell’Occidente è sterile, ma la passione, l’amore profondo per ciò che ci può innalzare dal fondo in cui siamo precipitati mi spinge a ritentare, fortemente e con il massimo rigore possibile.
Provo a cominciare questo “commento” allo scritto consegnatoci dall’Assessore indagando il metodo. Il metodo col quale si vuole produrre, distribuire, far vivere la cultura nella nostra città.
Ci terrei a spostare l’attenzione sull’arte (l’unione delle arti) nella loro accezione immateriale: si sente subito un tuffo al cuore quando si parla di arte perché spesso non si può toccare, non esite finchè non si suona o non si recita, non è spendibile facilmente a livello politico in quanto totalmente cozzante con il mondo nel quale viviamo (veloce e materiale). Se un politico vuole che la cultura “pesi” politicamente, può lasciare ogni speranza. Se vuole che crei Politica (nel senso della Polis) allora può trovare un patrimonio inesauribile.
Così, come ormai la storia del teatro ci insegna, l’edificio (teatrale) è successivo alla commedia, la musica è precedente agli strumenti e ovviamente ai teatri stessi. Così si può stare senza pane tre giorni, ma mai senza poesia. Firenze non è la culla del teatro, ma della commedia, degli attori, dei musicisti. Il percorso fiorentino è in questo quasi opposto a quello di Venezia, dove nacque il teatro commerciale.
Ecco, sento che nei secoli poco è cambiato: la natura dell’uomo non si modifica, si modifica il suo approccio al moderno e alla modernità (che sempre Baudelaire ci insegna essere la parte momentanea del capolavoro). Sempre brevemente (e sommariamente mi rendo conto) si può anche imparare dal passato che il Festival moderno (parola che ormai guida praticamente l’intera produzione culturale del Paese) è nato cinque secoli fa qui da noi. Il punto, e dico questo sempre in riferimento all’individuazione di nuovi orizzonti di metodo, è che a Ferrara nel 1529 Ludovico Ariosto era il direttore artistico del festival della città, e dialogava con Ruzante in merito non ad alte dissertazioni, ma “a far acconciar la scena”.
Certo, ci mancano questi personaggi. Però se pensiamo a quanto può essere fuorviante parlare di edifici, orari, licenze, parcheggi, senza una partenza, un contesto immateriale forte si rischia di fare immani sforzi organizzativi ed economici per una poesia che non c’è ancora.
Detto questo vorrei subito, più brevemente possibile, limitare il campo d’azione: può essere difficile ed ingiusto, ma il tentativo vale la pena: è impossibile accontentare tutto ciò che ora è ritenuto cultura. È impossibile. Non tratterò di produzione che abbia come scopo il guadagno, ciò che ha successo in quanto collegato non alla sua identità profonda, ma ad altri fattori determinanti (come la televisione, gli sponsor, la socialità che considera secondario il fattore culturale).
In particolare negli ultimi anni mi sono convinto sempre più che la concorrenza nella produzione culturale non esista. Un filosofo americano, di cui ora mi sfugge il nome e me ne scuso, divideva fra attività che esistono per amore, che si fanno per amore, e altre che esistono per interesse, e si fanno per vincere. Le prime alimentano se stesse in un circuito virtuoso, le secondo tendono a distruggere qualcosa in favore di un ampliamento di se stesse e non di un sistema. Ecco, credo che la cultura, e anche la politica, debba tornare nelle prime, nelle cose fatte per amore.
Questo per dire che la concorrenza non esiste nel nostro lavoro: se io realizzo un bel progetto, bei concerti, eventi, incontri o qualt’altro aiuto tutto il sistema, la città, i colleghi, tutti. Questa è una grande fortuna: possiamo vivere fuori non dal mercato, ma affinchè sempre più torni nel mercato il pensiero, la sensazione, la poesia che l’arte lascia nella vita delle persone. Se si pensa che questo non esista più, perché ormai “sappiamo come va il mondo”, allora sbraniamoci giorno giorno, dimenticando un orizzonte più ampio.
Questo mi spinge sempre più (e non senza una lotta interna, ci mancherebbe) a pensare che non sia un problema di risorse. Calma, non ridete. Datemi un attimo per spiegare: siamo sicuri di sostenere che bastano più soldi e il sistema cultura riprende a funzionare e grazie a noi che siamo bravi tutto andrà bene? Siamo sicuri? Perché se, con tutto il politichese e la sobrietà in cui siamo esperti, arriviamo a questa conclusione sostanziale noi ci spingiamo oltre il confine che riguarda ciò che facciamo, e sconfiniamo in una terra di nessuno dove la concorrenza non è fra noi, ma con la parte più aggressiva del sistema attuale. Con la modernità appunto, invece di muoversi ed operare in quello che ci compete di più, che è l’assoluto, il futuro, il passato, ciò che non “esiste” ma c’è. In questa nuova prospettiva abbiamo una certezza, morire, e un'unica via per rimandare la morte, fare lobby.
Sempre in quest’ottica mi sento di porre un attimo l’attenzione, entrando un po’ più nello specifico nel testo dell’Assessore, sulla parola “contaminazione”, che mi ha sempre saputo tanto di ospedale. La contaminazione, intesa come scelta artistica e produttiva sistematica, non credo possa esistere, ma soprattutto non può essere portata come spauracchio innovatore. La contaminazione potrebbe essere il risultato di alcune esperienze artistiche: ma dopo il Novecento e in un’era ormai mondializzata non ha più senso usare questo termine come simbolo appunto di innovazione. Proporrei maggiormente un discorso che si basi sul confronto: ponendo contemporaneamente nel tempo e in luoghi simultanei una varietà di proposte poetiche si dà possibilità di scelta, a tutti, di conoscenza. Ancora la dialettica fra i generi e le forme non ci permette di indicare vittoriosi o vinti: nell’attesa, che potrebbe essere anche stato definitivo, non si può far altro che dare la possibilità di conoscere. Non sarebbe poco.
Mi permetto ancora di riflettere su alcune parole: indisciplinata. Firenze è stata definita dall’Assessore come indisciplinata. È un eufemismo. Firenze è un casino, fa casino. È stracolma di rumore, puzzo, cose belle inaspettate, rabbie di un momento. Purtroppo risulta essere, alla fine, per opposta sorte, ordinatissima: sappiamo tutti come vanno le cose, chi fa quello spettacolo, chi fa quell’altro e perché, tutto secondo una logica stringente, inafferrabile e veramente demoralizzante. In questo Firenze è disciplinatissima. Per questo, sempre riflettendo su alcune parole chiave, la frammentazione tanto esibita è fittizia. Firenze vive di due, tre, forse quattro monopoli inarrestabili. Fortissimi, beceri, furbi, duraturi. Come qualsiasi monopolio di questo mondo, che non può neanche più ricredersi su se stesso talmente forte il meccanismo che ha avviato.
Se la frammentazione sono 200 associazioni che lottano su 100mila euro, allora davvero dobbiamo riflettere di cosa stiamo parlando. Una espressione invece che mi è piaciuta tanto, e che sembra venire appunto da un mondo parallelo, è “investimenti strategici”. Nella produzione di cultura a Firenze, da 20 anni almeno, non ne è stato fatto e portato a termine uno. Voglio lanciare una provocazione: un investimento strategico credo che alla fine sarebbe proprio quello di frammentare, mettere agli angoli opposti del ring i 200 pugili. Però per davvero, mandando su altri tappeti chi si occupa di vendere e incassare, e ricercando ciò che i giovani ai quali si riferisce l’Assessore (si, neo classicals, ma per me qualsiasi giovane) desiderano con tutte le loro forze, inconsapevolmente: le emozioni. Si ha paura a dire questa parola, vedo sempre sorrisi sotto i baffi. Ma è sul tavolo delle emozioni che dobbiamo giocare, con le persone che tornano a casa non perché sono state allontanate per un po’ dalla vita (a questo ci pensa la televisione, e non solo, tutti i giorni) ma perché hanno ricominciato a rifletterci con amore e serenità. Questo è il primo compito della cultura qui da noi. Ecco perché credo che le associazioni temporanee di impresa siano soltanto cartelli affaristici fra monopolisti per spartirsi soldi pubblici. Ad ognuno le proprie responsabilità: alle amministrazioni pubbliche quella più importante, che non si può sostanzialmente mai delegare, gestire le risorse comuni per il bene di noi tutti.
Da Empoli scrive anche di una “tradizione interdisciplinare e anti-accademica” di Firenze, e indica alcuni riferimenti cittadini in merito. Davvero vorrei poter individuare nella mente e nei ricordi riferimenti precisi validi, ma faccio fatica. Può essere sicuramente colpa mia, ma al di là di questo penso che le decisioni già illustrateci dall’Assessore (festival musica barocca, premio diplomazia culturale, festival dell’innovazione) possano correre il rischio di cercare anti accademismo e interdisciplinarietà laddove non esistono da anni. Laddove mancano, al di là di tutto, le persone.
Creatività è l’anagramma di Cattiveria, è una parola che ha in sé qualcosa di ambiguo (o almeno io non sono mai riuscito ad usarla serenamente). Perché non tornare a parlare di Cultura, Arte e basta, levando quei quintali di interessi di basso livello che schiacciano ogni innovazione che non si presenti come sistematica e razionalista.
Se nel teatro, il luogo intendo questa volta, si porta ciò che è noto tramite altre vie (televisione, pubblicità, internet) non solo si trasmette l’idea che i teatri esistano per questo, ma si arriva a distruggere l’identità stessa del teatro, che peraltro abbiamo fatto nascere noi qui, a Firenze, nella Camerata dei Bardi, nel Teatro degli Uffizi, nel Salone dei Cinquecento (dove una rappresentazione 5 secoli fa prevedeva come scenografia Piazza della Signoria! Il teatro era specchio dell’arte stessa, del mondo, e lo potevi guardare dalla finestra!!!).
Quando Da Empoli parla di “dare spazio alla produzione artistica” si vede quanto una verità sacrosanta vada ripetuta, e ridetta perché non più data per scontato. I nostri teatri (sì certo, tranne qualche eccezione che comunque vive dei drammi così forti che non sono affrontabili ora) non hanno maestranze, non hanno luci, regie, americane, quintature, macchinisti. Sono luoghi pronti solo a rispecchiare il vuoto, ciò che viene venduto.
Guardiamoci negli occhi (non so se internet permetta questo…), facciamo sì che la nostra città ci obblighi ad andare via, fuori, a cercare e vedere il mondo: il mio sogno è una città che possa essere un misto fra Buenos Aires e Vienna, ordinata e aperta 22 ore al giorno, silenziosa con migliaia di persone e mezzi e lavori in movimento e che non interrompa l’emozione con la disperazione dell’abitudine.
Mario Setti
Presidente Nuovi Eventi Musicali
Finalmente..qualcosa si muove!
Da Bar Camp a Florence is the next Florence il passo è grande. E molti sono i punti dell’analisi di Da Empoli assolutamente condivisibili: dal “paradosso fiorentino” all’annuncio di una città che deve puntare sul primato dei contenuti, dalla ricognizione a 360 gradi degli spazi potenzialmente disponibili per il contemporaneo all’eterno tema della cultura notturna, dalla revisione dei meccanismi di finanziamento alla consapevolezza che “per quante persone in gamba si riescano a mettere intorno a un tavolo, le idee migliori stanno sempre al di fuori…(…) Solo una vasta condivisione darà la possibilità (a questo documento) di trasformarsi davvero in realtà”.
Ed ecco un mio piccolo, personale contributo.
In estrema sintesi, approfondirei almeno 3 questioni:
- Il paradosso fiorentino.
Non si può non essere d’accordo sul fatto che Firenze sia oggi messa peggio di molte città italiane (da Bari a Palermo, da Venezia e Bologna…per non parlare di Napoli, Roma o addirittura della tanto osannata Torino). Io sono arrivato a Firenze nel 1985, all’inizio di un periodo difficile, ma niente allora faceva presagire l’attuale situazione.
Ciò detto, dobbiamo però in tutta franchezza cercare di capire le tante cause di tale declino. Tra esse, non secondario è il ruolo a dir poco “indeciso” delle istituzioni locali, a partire dal Comune: e non è questa una semplice questione “logistica”. Non parlo qui del tourbillon di Assessori alla Cultura succedutisi negli ultimi anni. Segnalo che al di là degli sforzi di tante strutture e realtà culturali operanti in città con percorsi ed obiettivi talora innovativi, Firenze è forse l’unica città italiana di una certa dimensione priva di un organico progetto di residenze culturali, di convenzioni pluriennali, di una qualche stabilità. Soprattutto negli ultimi anni è stato un susseguirsi ininterrotto di piccole risposte a piccoli problemi: abbiamo tutti rincorso l’approvazione di progetti per l’inverno, per l’estate (attenzione: il bando per l’estate 2010 prima di un progetto complessivo potrebbe perpetuare questo stato di cose… con l’arrivo di centinaia di progetti, spesso elaborati solo nell’attesa di sapere se si sia o meno inclusi in un percorso di più ampio respiro), per la primavera, per Ferragosto, per il Capodanno, in una provvisorietà permanente… e impegnando senza sosta sia l’Assessorato alla Cultura del Comune che le Commissioni Cultura di uno o più Quartieri. E’ quasi superfluo sottolineare in questa surreale modalità operativa l’enorme perdita di tempo e risorse per TUTTI.
Questo è poi avvenuto, tranne il breve periodo del governo Prodi, in presenza di uno Stato a dir poco latente sul terreno della Cultura e dello Spettacolo. Oggi, tra tagli del Fus e dichiarazioni di Brunetta la situazione è a dir poco critica! Più volte negli ultimi anni l’allora presidente della Commissione Cultura Dario Nardella ha condiviso queste perplessità del mondo artistico fiorentino. Ecco, credo che una visione nuova (certo non priva di difficoltà!) della politica culturale fiorentina dovrebbe partire anche dal ridisegno complessivo e stabile di ciò che esiste e si ritenga valido, sulla base di progetti almeno triennali. E’ questa una richiesta urgente, e se, per raggiungere tali obiettivi, fosse preventivamente necessario un potenziamento in qualità-quantità degli Uffici a ciò preposti, ciò dovrebbe avvenire quanto prima e comunque entro l’anno.
- Abitare i confini. L’Arte dello Spettatore.
Scriveva nel dicembre 1991 Padre Ernesto Balducci: “C’è un continente inquieto nascosto in noi che è il rispecchiamento interno di quella parte del pianeta che è emarginata, oppressa. Il negro è in noi, è fuori di noi ma è anche in noi. (…) A Firenze c’è sempre stata la prostituzione, l’omosessualità, la devianza: adesso c’è un alibi, sono gli extracomunitari. L’attribuzione al diverso delle anomalie che appartengono alla nostra cultura è il primo indizio, perché la mancanza di sicurezza in un gruppo sociale si riflette nell’individuo in un crollo della sicurezza. Così potremmo ben presto vedere questo urto tra le diversità come un fenomeno destinato a mettere in forse i livelli di umanità che abbiamo raggiunto. (…) Questa città basata sulle separazioni, sulle segregazioni, sulle parcellizzazioni dell’esistenza ha toccato un limite oltre il quale ogni equilibrio si spezza. I bambini nella scuola, i malati nell’ospedale, i matti nel manicomio, i carcerati nel carcere, i vecchi nell’ospizio!” Ben venga, a mio parere, il “grande festival internazionale dedicato al Teatro italiano nel Mondo”, ma trovi finalmente una casa dignitosa e stabile una iniziativa, una “cosa” nel segno dell’accoglienza dei tanti diversi. Ne è un piccolo esempio la nostra Libera Repubblica delle Arti e delle Culture…ma certamente non basta! Riprendendo i miei appunti su L’Arte dello Spettatore presenti su Bar Camp, questa “cosa” dovrebbe formare e accogliere giorno dopo giorno anche un nuovo spettatore, non più visto come semplice consumatore: fatto che provocatoriamente ho definito CoCoCo, acronimo per Contemporaneo Contaminazione (tra Linguaggi e Culture) Complicità (tra Attore e Spettatore).
Occorre insomma abolire gli steccati, abitare i confini (prendo il titolo dal mio programma di San Salvi per il 2010), passare, come dice Eugenio Borgna, dallo spazio geometrico a quello vissuto, ammettere come nota Pier Aldo Rovatti che l’incapacità di sostenere il peso dell’altro e dell’alterità appare ogni giorno di più come il problema della nostra epoca, fondere vitalità e fantasia in uno spazio che contenga in sé insieme l’elemento femminile e quello maschile, il tempo circolare e quello lineare: vivere le Culture.
- Una città ricca ma sommersa. Un’utopia concreta.
Firenze è oggi una città povera di cultura? No, decisamente no! Se penso agli Artisti di ogni Linguaggio (musicisti, pittori, attori, performers…) e di diverse Culture che quotidianamente incontro, agli Studenti universitari che seguo in percorsi di laurea, dottorati di ricerca…(a proposito: andrebbe anche valutato un più fattivo coinvolgimento dell’Università fiorentina, oggi isola separata nel panorama culturale della città), ai tanti Giovani che dolcemente mi assediano con domande, proposte, progetti, a quanti mi chiedono insistentemente di lavorare per una memoria viva di San Salvi. E’ che tutto questo mondo, e naturalmente non solo questo mio piccolo mondo, è sommerso, quasi invisibile. Che fare, allora? E’ senz’altro giusto, come sottolinea Da Empoli, coordinarsi, creare reti, magari, aggiungerei io, anche tra i diversi linguaggi e con progetti che favoriscono l’incontro tra le generazioni; a San Salvi, ad esempio, pensiamo di realizzare un progetto nato quest’anno a Berlino: qui alcuni giovani che lavorano nei Centri Sociali hanno aperto una singolare scuola per writers…esclusivamente rivolta agli anziani, oggi impegnati a dipingere le loro emozioni sui muri!
E a Firenze? Qui esiste solo una (meritoria) associazione Firenze dei Teatri… ma ha senso oggi ridurre l’incontro a chi opera in un campo così ristretto? Non è un caso che realtà multilinguaggio come Fabbrica Europa, Cango e noi di San Salvi non siano presenti in questa associazione ed operino perciò singolarmente. Ecco l’Utopia concreta di basagliana memoria: io credo che in un sistema culturale cittadino stabilizzato (leggi quanto è su detto intorno al paradosso fiorentino) sia possibile fare sistema, dando vita ad una larga aggregazione dei soggetti che fanno Cultura-Culture nella nostra città, tutti con la “voglia” di costruire la next Florence.
Grazie.
Claudio Ascoli
Chille de la balanza San Salvi
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Un documento di respiro, altamente necessario per porre un punto fermo. Ottima piattaforma di discussione se i presupposti di apertura verranno mantenuti. Personalmente mi ritengo molto soddisfatto dall'impostazione e dai punti centrali, anche se poi ci sono dettagli la cui implementazione specifica non è chiara e sui quali ci sarà dunque tempo per discutere. Mi pare interessante riportare qui di sotto 5 punti che facevano parte di una mia lettera aperta al vicesindaco Dario Nardella del 1 Giugno 2009, dunque prima che fosse eletto, ed era dato come Assessore alla Cultura in pectore. Impressionante la convergenza di vedute, a posteriori..
Estratto dalla lettera aperta al Vicesindaco Nardella del 01.06.2009
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1. Come mai pure avendo un indubbio vantaggio di partenza rispetto ad altre città, Firenze non riesce ad attrarre, come ad es. riesce a città tipo Berlino, Parigi, Barcellona, Stoccolma, Zurigo, Vienna artisti internazionali che scelgano di venire a lavorare più o meno stabilmente tra le sue mura ?
2. Piuttosto che continuare a costruire white-boxes che comunque non riescono ad attrarre sufficienti visitatori perché manca una cultura dell’arte contemporanea nel pubblico, non sarebbe più utile impegnare risorse nel pensare a residenze per gli artisti, offrire loro delle commissioni, indire concorsi d’arte (il tutto a livello internazionale) in modo da attrarre idee e capacità a Firenze e qui costruire un humus di cui poi anche gli artisti fiorentini (giovani e non) e i cittadini stessi potrebbero usufruire ?
3. In che modo pensa (nel caso pensi sia utile) di sostenere la diffusione di ciò che verrebbe in tal modo prodotto a Firenze a livello internazionale ? Sappiamo quanto altri paesi come ad es. la Francia ed i paesi nordici in particolare, investano – anche a livello delle singole città – per pubblicizzare, diffondere e vendere i prodotti artistici su cui hanno investito.
4. Come in ogni attività umana è fondamentale disporre di criteri e strumenti oggettivi di verifica qualitativa dei progetti che vengono finanziati. E’ inoltre parimenti importante che tali fondi siano distribuiti in maniera trasparente e su valutazione ex-post dei risultati. L’eccellenza dovrebbe essere finanziata come criterio primario. E’ d’accordo su questi punti e come intende implementarli concretamente nella sua visione della futura politica culturale per Firenze ?
5. Sogno una città in cui ogni sera io, cittadino, ho scelta di eventi culturali innovativi, che ricercano con determinazione e coraggio il nuovo, che possono permettersi di non dover venire a patti con esigenze commerciali e che per avere il giusto impatto non debbano essere preferibilmente accompagnati da ingestione di pasticche sintetiche. In una parola, arte d’avanguardia. E non è necessario costruire un nuovo museo di arte contemporanea (sono d’accordo con lei in questo caso), ma elevare il livello dell’arte che viene prodotta a Firenze in maniera che lasci anche il resto del mondo stupito. Ha voglia di provarci, e come ?
Ongakuaw a.k.a. Andrea Ferrara
musicista | scienziato (am I a "new humanist" ?)
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Felice di confrontarmi finalmente con idee e proposte che partendo da lontano cercano di delineare ipotesi strategiche e riflessioni profonde. Mi aspettavo qualcosa di nuovo dalla nuova Giunta e dal nuovo Assessore e l'inizio è davvero promettente. Ma veniamo al concreto.
I punti che mi sono sembrati più interessanti, nell'interesse generale, per me che mi occupo di teatro, sono stati quelli che si riferiscono al capitolo "la città in-finita" e "Google Calendar", aggiungendo anche tutte le riflessioni sul primato dei contenuti.
La ricognizione degli spazi è sempre stato un tema dichiarato importante, ma mai si è saputo unire i due elementi che solo, appunto, uniti permettono a questa mappatura di diventare motore di innovazione e di proposte: ovvero lo spazio e la sua gestione, o meglio quale gestione per quale spazio, per quale attività e in quale contesto culturale, performativo, artistico si inserisce. Faccio un esempio di triangolazione di spazi: Stazione Leopolda/Fabbrica Europa, Strozzina, ex-Quarter e Florence Art Factory (FAF), quattro tipologie architettoniche diverse, inserite in contesti diversi, con vocazioni diverse, eppure così perfettamente integrabili in rete ed in grado di offrire offerte di alta qualità per un pubblico vasto e eterogeneo (ex-Quarter luogo espositivo per l'arte figurativa) e FaF luogo frontiera (anche per la sua collocazione nel banlieue fiorentino) di sperimentazione per le arti performative.
Da questa riflessione viene automatico il rilievo che l'Assessore fa nel capitolo "Google Calendar", l'odiosa frammentazione dell'offerta culturale: quei "campetti" che ognuno chiude con recinti per coltivare ormai solo stantii residui di organismi biologici. Un male storico per Firenze, che è doveroso superare come condizione primaria per ripartire. Quindi privilegiare la capacità di relazione, anche tra gli stessi soggetti all'interno del nostro territorio e, giustamente, anche con la creazione di ATS con compiti chiari e mission precise.
Una considerazioni sul tema del primato dei contenuti. Tema caldo, difficile da leggere e decifrare (pensiamo a tutto il dibattito qualità/quantità). Credo che sia un tema fondamentale per quanto di difficile soluzione: chi valuta chi? Quali parametri? Ecc.... ma il fatto che sia stato messo nella prima relazione dell'Assessore mi fa ben sperare.
Aggiungo anche un'ultima cosa sull'apertura delle nostre attività al mondo. Credo che la dimensione internazionale sia una esigenza per chi fa cultura e chi la fruisce. Il Laboratorio Nove, che rappresento, ha visto ridurre i propri borderò ministeriali perché lo Stato riconosce solo quelli (in parte) effettuati all'interno della Eu, con buona pace di si sforza di allargare confini e mentalità. Contraddizioni tra le mille che stiamo vivendo.
Per ora mi fermo qui con la speranza più concreta di una nuova vita per la cultura fiorentina.
Silvano Panichi
Laboratorio Nove